MICHELLE OBAMA.
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BECOMING.
La mia storia.
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Parte 4.
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Titolo originale: Becoming.
Traduzione di: CHICCA GALLI.
2018.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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21.
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Un sabato sera di fine maggio, Barack mi offr una serata
romantica. Nei primi quattro mesi da presidente, aveva passato
le giornate lavorando per mantenere le promesse fatte
agli elettori durante la campagna; adesso stava mantenendo
la promessa fatta a me: saremmo andati a cena a New York e
poi a teatro.
A Chicago le nostre serate di coppia erano state un momento
inviolabile di ogni settimana, un privilegio che ci concedevamo
e proteggevamo a tutti i costi. Mi piace parlare con
mio marito seduti a un tavolo in una sala dalle luci soffuse.
Mi  sempre piaciuto e sono certa che mi piacer sempre.
Barack  un buon ascoltatore, paziente ed attento. Mi piace
come piega all'indietro la testa quando ride. Mi piace la luminosit
dei suoi occhi, la sua gentilezza di fondo. Bere qualcosa
e cenare insieme tranquilli  sempre stato il nostro
modo per tornare agli inizi, a quella prima nostra estate calda
quando tutto tra noi era elettrico.
Per la serata newyorkese indossai un abito nero da cocktail,
misi il rossetto e raccolsi i capelli in un'acconciatura elegante.
Mi sentivo palpitare d'eccitazione all'idea di quella fuga,
di trascorrere del tempo da sola con mio marito. Negli ultimi
mesi avevamo organizzato cene ed eravamo andati insieme
ad alcuni spettacoli al Kennedy Center, ma si trattava quasi
sempre di eventi ufficiali a cui partecipavano molte altre persone.
Questa doveva essere una vera serata all'insegna della
libert.
Barack era in abito scuro e senza cravatta. Nel tardo pomeriggio,
dopo aver dato un bacio alle bambine e salutato
mia madre, attraversammo mano nella mano il Prato meridionale
e salimmo sul Marine One, l'elicottero presidenziale,
che ci condusse alla base aeronautica di Andrews. Da l, un
piccolo aereo militare ci trasport all'aeroporto JFK, da dove
con un altro elicottero arrivammo fino a Manhattan. I nostri
movimenti erano stati pianificati meticolosamente in anticipo
dal nostro staff e dai Servizi segreti, che come sempre cercavano
di massimizzare efficienza e sicurezza.
Barack - con l'aiuto di Sam Kass - aveva scelto un ristorante
vicino a Washington Square che sapeva mi sarebbe piaciuto
perch prediligeva i cibi prodotti in piccole aziende
agricole del luogo, un locale appartato di nome Blue Hill.
Mentre il nostro corteo di auto percorreva l'ultimo tratto di
strada, dall'eliporto al Greenwich Village, notai le luci delle
auto della polizia messe di traverso per bloccare gli incroci e
provai un doloroso senso di colpa al pensiero che la nostra
presenza in citt stava mandando in tilt il traffico del sabato
sera. Mi sono sempre sentita in soggezione davanti a New
York, una citt cos enorme ed animata da far sembrare
insignificante qualsiasi ego. Ricordavo la mia prima volta che
l'avevo vista, a occhi spalancati, quando avevo accompagnato
Czerny, il mio mntore a Princeton. Barack provava qualcosa
di ancora pi profondo. L'energia selvaggia e la ricchezza di
culture ne avevano fatto l'incubatrice ideale per lo sviluppo
del suo intelletto e della sua immaginazione, negli anni in
cui studiava alla Columbia.
Al ristorante, ci fecero accomodare a un tavolo in un angolo
discreto della sala, mentre le persone intorno a noi cercavano
di mascherare la sorpresa. Era impossibile nascondere
la nostra presenza. Tutti quelli che sarebbero arrivati dopo di
noi sarebbero stati controllati come all'aeroporto da una
squadra dei Servizi segreti, una procedura solitamente rapida
che rappresentava comunque una seccatura. Anche per questo
provai un'altra fitta.
Ordinammo due Martini. La nostra conversazione si mantenne
su toni leggeri. Eravamo POTUS e FLOTUS da cinque
mesi, ma stavamo ancora cercando di non farci fagocitare
dal ruolo, di capire come integrare le nostre due identit e
cosa questo significasse per il nostro matrimonio. In quel periodo
non c'era praticamente alcun aspetto della complicata
vita di Barack che non avesse ripercussioni sulla mia. C'era
una gran quantit di questioni di lavoro che riguardavano
entrambi e di cui avremmo potuto discutere: la decisione dei
suoi collaboratori di organizzare un viaggio all'estero durante
le vacanze estive delle bambine, per esempio, o l'opportunit
di far partecipare il capo del mio staff alle riunioni
mattutine con il suo staff nella West Wing. Ma in genere cercavo
di evitarle, sempre, non solo quella sera. Se avevo qualcosa
da dire sui meccanismi della West Wing, di solito lo
facevo sapere a Barack tramite i miei collaboratori, per tenere
il pi possibile separati gli affari della Casa Bianca dalla
nostra vita privata.
Di tanto in tanto era Barack a voler parlare di lavoro,
anche se il pi delle volte lo evitava. Gran parte dei suoi compiti
era assolutamente snervante, si trovava ad affrontare sfide gigantesche
che sembravano senza soluzione. La General Motors
stava per presentare istanza di fallimento. La Corea del
Nord aveva condotto un test nucleare alcuni giorni prima e
Barack sarebbe presto partito per l'Egitto per pronunciare
un importante discorso con il quale avrebbe teso la mano ai
musulmani di tutto il mondo. La terra intorno a lui sembrava
non smettere di tremare. Ogni volta che i nostri vecchi amici
venivano a trovarci alla Casa Bianca, erano divertiti dal modo
in cui sia Barack sia io li tempestavamo di domande sul loro
lavoro, i loro figli, i loro hobby, tutto. Eravamo molto pi interessati
ad assorbire come spugne ogni pettegolezzo e ogni
notizia da casa che non a parlare delle complicazioni della
nostra nuova esistenza. Entrambi desideravamo ardentemente
sprazzi di vita normale.
Quella sera, a New York, mangiammo, bevemmo e conversammo
a lume di candela, crogiolandoci nella sensazione,
seppure illusoria, di essercela svignata. La Casa Bianca  un
luogo molto bello e comodo, una specie di fortezza mascherata
da abitazione, ed era evidente che i Servizi segreti, per
ragioni di sicurezza, avrebbero preferito che non lasciassimo
mai la residenza o i giardini. Persino all'interno, gli agenti
che avevano il compito di proteggerci erano pi contenti se
prendevamo l'ascensore invece di salire le scale, per ridurre
al minimo persino il rischio di inciampare. Se Barack o io
avevamo una riunione alla Blair House, situata esattamente
di fronte in un tratto comunque gi bloccato di Pennsylvania
Avenue, a volte si organizzavano in modo che ci andassimo
con il corteo d'auto invece che a piedi. Rispettavamo le necessit
della vigilanza, ma a volte ci sentivamo reclusi. Mi battevo
per trovare un equilibrio tra le mie esigenze e quello
che conveniva agli altri. Se un membro della nostra famiglia
voleva uscire sul balcone Truman - la bella terrazza ad arco
che d sul Prato meridionale, unico spazio aperto semiprivato
a nostra disposizione - dovevamo prima allertare i Servizi
segreti in modo che potessero chiudere il pezzo di E
Street visibile dal balcone, sgombrando i capannelli di turisti
che si radunavano fuori dai cancelli a ogni ora del giorno o
della notte. Ci furono molte volte in cui ebbi voglia di uscire
a sedermi sul balcone ma poi rinunciai, perch mi rendevo
conto della seccatura che avrei provocato, delle vacanze che
avrei disturbato, e tutto perch mi sarebbe piaciuto sorseggiare
una tazza di t all'aria aperta.
Con movimenti tanto limitati, il numero dei passi che Barack
e io facevamo in una giornata aveva subto un crollo. Di
conseguenza entrambi ormai eravamo dipendenti dalla piccola
palestra all'ultimo piano della residenza. Barack correva
circa un'ora al giorno sul tapis roulant cercando di sconfiggere
l'irrequietezza. Anch'io facevo ginnastica tutte le mattine,
spesso con Cornell, che era stato il nostro allenatore a
Chicago: gli avevamo chiesto di risiedere part-time a Washington,
e veniva alcuni giorni la settimana a farci fare esercizi
pliometrici e pesi.
Lasciando da parte gli affari del Paese, a Barack e a me
non mancavano mai argomenti di discussione. Quella sera,
parlammo per tutta la cena delle lezioni di flauto di Malia;
della crescente devozione di Sasha per Blankie, la copertina
pericolosamente sfilacciata che teneva avvolta intorno alla
testa mentre dormiva. Quando gli raccontai la storia divertente
del truccatore che aveva cercato, senza successo, di applicare
delle ciglia finte a mia madre durante una sessione
fotografica, Barack rivers la testa all'indietro e rise proprio
come ero sicura avrebbe fatto. Ora poi, avevamo in casa un
altro cucciolo di cui parlare: uno scatenato Cao de agua portoghese
di sette mesi, che avevamo chiamato Bo, regalo del
senatore Ted Kennedy. Era la promessa che avevamo fatto alle
bambine durante la campagna elettorale, e adesso Malia
e Sasha avevano cominciato a giocare a rimpiattino con lui
sul Prato meridionale, nascondendosi dietro le piante e gridando
il suo nome mentre lui correva qua e l sul prato seguendo
le loro voci. Tutti volevamo bene a Bo.
Quando terminammo la cena e ci alzammo per andarcene,
i clienti del ristorante intorno a noi si alzarono in piedi
anche loro e applaudirono. Fu un gesto che mi colp: era un
segno di gentilezza, ma non era richiesto.  probabile che
qualcuno di loro fosse contento di vederci andare via.
Eravamo una seccatura, Barack e io, un disturbo in ogni
contesto normale. Non c'era da girare intorno alla questione.
Lo percepimmo intensamente quando il nostro corteo d'auto
sfrecci lungo la Sixth Avenue per portarci a Times Square,
dove, ore prima, la polizia aveva delimitato con i cordoni un
intero isolato davanti al teatro, e dove gli altri spettatori attendevano
in coda di passare attraverso i metal detector che normalmente
non ci sarebbero stati, mentre gli attori avrebbero
dovuto rimandare di quarantacinque minuti l'inizio della rappresentazione
a causa dei controlli di sicurezza.
Finalmente incominci lo spettacolo - un dramma di August
Wilson ambientato in una pensione di Pittsburgh durante
la Grande migrazione, quando milioni di afroamericani
lasciarono il Sud e si riversarono nel Midwest, proprio come
avevano fatto i miei parenti sia dal lato materno sia da quello
paterno -, e fu meraviglioso. Seduta al buio accanto a Barack,
rimasi inchiodata l, con una certa emozione, e capace per
un momento di perdermi nella rappresentazione e nel senso
di tranquillo appagamento che deriva dal sentirsi in vacanza
a spasso nel mondo.
Quando, a notte fonda, ritornammo a Washington, sapevo
gi che sarebbe passato molto tempo prima che potessimo
rifare una cosa simile. Gli avversari politici di Barack l'avrebbero
criticato per avermi portato a teatro a New York. Il Partito
repubblicano, infatti, avrebbe distribuito una cartella
stampa prima ancora che arrivassimo a casa dichiarando che
la nostra era stata un'uscita dispendiosa a carico dei contribuenti.
Il messaggio sarebbe stato ripreso dai notiziari e dibattuto
in televisione, e i collaboratori di Barack avrebbero
cautamente avvalorato le critiche, esortandoci a prestare
maggiore attenzione ai meccanismi della politica e facendomi
sentire colpevole ed egoista solo per aver rubato un raro
momento di intimit con mio marito.
Non si trattava solo di quello, tuttavia. I critici ci sarebbero
sempre stati. I repubblicani non avrebbero mai mollato. L'attenzione
al giudizio degli altri avrebbe sempre governato le
nostre vite.
Fu come se, con la nostra uscita, Barack e io avessimo messo
alla prova una teoria e avuto la conferma delle parti migliori
e peggiori di quello che avevamo sempre sospettato.
La parte bella era che potevamo allontanarci per una serata
romantica come eravamo abituati a fare prima che la sua carriera
politica avesse il sopravvento. Potevamo, come prima
coppia della nazione, sentirci vicini e legati, goderci una cena
e uno spettacolo teatrale in una citt che entrambi amavamo.
La parte pi dura era rendersi conto dell'egoismo di
quella scelta, sapere che aveva richiesto ore di riunioni tra le
squadre della sicurezza e la polizia locale. Aveva significato
lavoro extra per i nostri collaboratori, per il teatro, per i camerieri
del ristorante, per le persone le cui auto erano state
deviate dalla Sixth Avenue per consentire il nostro passaggio,
per i poliziotti sulla strada. Tutto questo faceva parte del nuovo
peso che gravava sulla nostra vita. C'erano troppe persone
coinvolte, toccate da ogni nostra azione, perch potessimo
non tenerne conto.
Dal balcone Truman vedevo l'orto prendere forma in tutto
il suo rigoglio nell'angolo sudoccidentale del prato. Era una
vista gratificante, un futuro eden in miniatura di giovani rampicanti
che salivano a spirale, germogli gi cresciuti per met,
fusti di carote e cipolle appena spuntati, rettangoli di spinaci
fitti e verdi e fiori gialli e rossi attorno ai bordi. Stavamo coltivando
del cibo.
In giugno la nostra squadra di aiuto-giardinieri della scuola
Bancroft venne a trovarmi per il nostro primo raccolto e
ci inginocchiammo tutti insieme per strappare le foglie di
lattuga e staccare dagli steli i baccelli dei piselli. Questa volta
a intrattenerli c'era anche quel batuffolo nero di Bo. Il nostro
cucciolo si dimostr un grande amante dell'orto: correva
come un pazzo intorno agli alberi e poi si stendeva a pancia
all'aria nel sole, tra i piccoli appezzamenti.
Dopo il nostro primo giorno di raccolto, Sam e i bambini
della scuola prepararono insalate con la lattuga fresca e i piselli
che mangiarono in cucina con pollo al forno, seguite da
cupcake ricoperti di frutti di bosco. In dieci settimane l'orto
aveva prodotto poco pi di quaranta chili di verdura, con soli
200 dollari di sementi e concime naturale.
L'orto era popolare, l'orto era salutare, ma sapevo che per
alcune persone non sarebbe stato abbastanza. Capivo di essere
osservata con una sorta di aspettativa, specialmente dalle
donne in carriera, dalle professioniste che si domandavano
se avessi seppellito la mia formazione e la mia esperienza sul
lavoro per lasciarmi ingessare nel ruolo stereotipato di first
lady, tutto foglie di t e tovagliette rosa. Quelle persone sembravano
temere che non avrei rivelato interamente la mia
personalit.
Qualsiasi fossero le mie scelte, sapevo che ero destinata a
scontentare qualcuno. La campagna elettorale mi aveva insegnato
che ogni mia mossa e ogni espressione del viso sarebbero
state interpretate in decine di modi diversi. Ero o
troppo determinata e arrabbiata oppure, con il mio orto e il
messaggio sull'alimentazione salutare, una delusione per le
femministe perch mancavo di una certa durezza. Diversi
mesi prima che Barack fosse eletto, nel corso di una intervista
avevo raccontato a un giornalista che, per prima cosa, alla
Casa Bianca mi sarei sforzata di mantenere il mio ruolo di
madre in capo della nostra famiglia. L'avevo detto senza
pensarci troppo, ma la frase fu ripresa e amplificata dalla
stampa. Alcuni americani la compresero, conoscendo molto
bene la quantit di organizzazione, di lavoro e di fatica richiesta
per crescere i figli. Altri, invece, sembrarono vagamente
scioccati, supponendo che, da first lady, non avrei
fatto altro che lavoretti con gli scovolini di ciniglia insieme
alle mie bambine.
La verit era che avevo intenzione di fare tutto - lavorare
con determinazione e fare la mamma dedicando le dovute
attenzioni alle mie figlie - come avevo sempre fatto. L'unica
differenza  che adesso c'era un sacco di gente che mi
guardava.
Il mio modo preferito di lavorare, almeno all'inizio, era in
silenzio. Volevo definire metodicamente un piano pi vasto
e aspettare a renderlo pubblico finch non fossi stata sicura
di ci che stavo presentando. Come dissi ai miei collaboratori,
quando si trattava di affrontare un argomento, preferivo la
qualit alla quantit. A volte mi pareva di essere come un cigno,
consapevole che il mio compito era anche scivolare sulla
superficie del lago con l'aria serena, senza per smettere di
muovere le zampe sott'acqua. L'interesse e l'entusiasmo generati
dalla nostra iniziativa dell'orto mi confermarono che
ero in grado di suscitare una grande partecipazione intorno
a una buona idea. Adesso volevo dare rilievo a una questione
di pi ampio respiro e spingere verso soluzioni di pi ampia
portata.
Quando Barack entr in carica, quasi un terzo dei bambini
americani era sovrappeso od obeso. Nel corso dei tre decenni
precedenti, il tasso di obesit infantile era triplicato. Ai bambini
venivano diagnosticate ipertensione e diabete di tipo 2
in percentuali da record. Persino i vertici militari segnalavano
che l'obesit era uno dei fattori pi comuni che portavano
a escludere una persona dal servizio nelle forze armate.
Il problema si rifletteva in ogni aspetto della vita famigliare,
dal costo elevato della frutta fresca ai tagli ai finanziamenti
per gli sport e i programmi ricreativi nelle scuole pubbliche.
TV, computer e videogiochi si facevano concorrenza per occupare
il tempo dei bambini, e in alcuni quartieri stare in casa
era considerato pi sicuro che uscire a giocare, come facevamo
invece Craig e io quando eravamo piccoli. Nelle aree poco
servite delle grandi citt molte famiglie non disponevano
di negozi di generi alimentari nelle vicinanze. In vaste zone
del Paese, anche in campagna, era tutt'altro che semplice avere
accesso ai prodotti freschi. Nel frattempo, le porzioni nei
ristoranti erano sempre pi abbondanti. Gli slogan pubblicitari
di cereali zuccherati, cibi pronti da riscaldare nel forno a
microonde e scatole di dimensioni sempre pi smisurate venivano
scaricati direttamente nella testa dei bambini che
guardavano i cartoni animati.
Il tentativo di migliorare almeno una parte del sistema alimentare,
tuttavia, poteva scatenare ondate di ostilit. Se avessi
cercato di dichiarare guerra alle bevande zuccherate offerte
ai bambini avrei probabilmente incontrato l'opposizione non
solo delle grandi aziende leader del settore, ma anche degli
agricoltori che fornivano il mais usato in molti dolcificanti. Se
mi fossi battuta per pranzi scolastici pi salutari sarei entrata
in rotta di collisione con le grandi lobby delle multinazionali
che spesso stabilivano quali cibi dovessero finire sul vassoio
della mensa di un alunno di quarta. Da anni, gli esperti e i rappresentanti
della salute pubblica erano regolarmente sconfitti
dall'industria alimentare, meglio organizzata e finanziata.
Negli Stati Uniti i pranzi scolastici costituivano un business da 6
miliardi di dollari l'anno.
Ciononostante, mi sembrava il momento giusto per sollecitare
un cambiamento. Non ero n la prima n l'unica persona
ad interessarsi a questi argomenti. In tutta l'America si
stava silenziosamente rafforzando un movimento per un'alimentazione
salutare. In tutto il Paese, gli urban farmer sperimentavano
la coltivazione di frutta e ortaggi all'interno degli
spazi urbani. Sia i repubblicani sia i democratici avevano affrontato
il problema a livello statale e locale investendo in
uno stile di vita sano, costruendo pi marciapiedi e giardini
pubblici: una prova dell'esistenza, a livello politico, di un terreno
comune da esplorare.
A met del 2009, insieme alla mia piccola squadra di assistenti,
cominciai a coordinarmi con i politici della West Wing
e a incontrare esperti dentro e fuori il governo per formulare
un piano. Decidemmo di concentrare il nostro lavoro sui bambini.
 faticoso e politicamente difficile convincere gli adulti
a cambiare le loro abitudini. Eravamo sicuri di avere maggiori
probabilit di successo se avessimo cercato di aiutare i bambini
a considerare diversamente il cibo e l'esercizio fisico fin da
piccoli. E chi avrebbe potuto essere in disaccordo con noi, se
ci occupavamo del benessere dei nostri figli?
Malia e Sasha in quel periodo erano in vacanza. Mi ero impegnata
a dedicare tre giorni alla settimana alle mie attivit di
first lady riservando il resto del tempo alla famiglia. Invece di
iscriverle a un campo estivo decisi di creare quello che chiamai
Camp Obama: organizzavamo gite giornaliere per conoscere
la zona in cui vivevamo e invitavamo gli amici. Andammo a
Monticello e a Mount Vernon a visitare le case di Thomas Jefferson
e di George Washington ed esplorammo le caverne della
Valle dello Shenandoah. Visitammo il Bureau of Engraving
and Printing, la zecca degli Stati Uniti, per vedere come si coniavano
e stampavano i dollari, e la casa di Frederick Douglass
nella parte sudorientale di Washington, dove apprendemmo
come uno schiavo riusc a diventare uno studioso e un eroe.
Per un po' chiesi alle bambine di scrivere una piccola relazione
dopo ogni gita con il riassunto di quello che avevano imparato,
ma poi cominciarono a protestare e lasciai perdere.
Ogni volta che era possibile, organizzavamo queste gite al
mattino presto o nel tardo pomeriggio, in modo che i Servizi
segreti potessero sgombrare il luogo o delimitare un'area prima
del nostro arrivo senza causare troppi disagi. Rappresentavamo
comunque una scocciatura, lo sapevo, anche se senza
Barack lo eravamo un po' meno. E, quando si trattava delle
bambine, cercavo di lasciarmi alle spalle i sensi di colpa.
Volevo che le nostre figlie si potessero spostare con la stessa libert
dei loro coetanei.
Un giorno, all'inizio dell'anno, avevo avuto un battibecco
con i Servizi segreti. Malia era stata invitata da un gruppo di
amici che avevano organizzato una sosta improvvisata in una
gelateria. Siccome per ragioni di sicurezza non le era permesso
di salire sull'auto di un'altra famiglia e siccome le giornate
di Barack e le mie erano organizzate minuto per minuto
e stabilite con settimane di anticipo, a Malia dissero che
avrebbe dovuto aspettare un'ora perch, dai sobborghi residenziali,
arrivasse il capo della sua scorta, appena convocato,
il che ovviamente richiese una serie di telefonate di scuse e
ritard tutte le persone coinvolte.
Era esattamente il tipo di difficolt che non volevo per le
mie figlie. Non riuscii a contenere l'irritazione. Per me, non
aveva senso. Avevamo agenti praticamente in ogni corridoio
della Casa Bianca. Guardavo dalla finestra e vedevo i veicoli
dei Servizi segreti parcheggiati nel vialetto. Ma, per qualche
motivo, a lei non bastava avere il mio permesso per andare
con i suoi amici. Senza il capo della sua scorta non si poteva
fare nulla.
Non  cos che funzionano le famiglie o che si va a mangiare
il gelato, dissi. Se volete proteggere un bambino,
dovete essere in grado di muovervi come un bambino.
Continuai a insistere dicendo che gli agenti dovevano rivedere
i loro protocolli per permettere a Malia e Sasha di lasciare in
futuro la Casa Bianca senza un eccessivo preavviso. Per me, fu
un altro piccolo test per saggiare i limiti. Barack e io ci eravamo
ormai lasciati alle spalle l'idea di poter agire d'istinto. Ci
eravamo arresi all'idea che non c'era spazio per l'impulsivit
e per comportamenti stravaganti. Ma ci saremmo battuti per
mantenere viva quella possibilit per le bambine.
A un certo punto della campagna elettorale, la gente incominci
a prestare attenzione a quello che indossavo. O almeno
lo fecero i media, cosa che spinse i fashion blogger a
interessarsi a come mi vestivo, il che scaten ogni genere di
commento in Rete. Non so perch, esattamente - probabilmente
perch sono alta e non ho paura dei tessuti con fantasie
un po' appariscenti -, ma and cos.
Quando indossavo scarpe basse invece di scarpe col tacco,
i telegiornali lo annunciavano. Le mie perle, le mie cinture,
i miei cardigan, i miei abiti prt--porter di J. Crew, la mia scelta
a quanto pare ardita del bianco per l'abito lungo ai balli
dell'insediamento: tutto provocava una valanga di opinioni e
reazioni immediate. Indossavo un vestito senza maniche color
melanzana al discorso di Barack alle camere riunite e un tubino
nero senza maniche per la mia foto ufficiale alla Casa
Bianca, e subito le mie braccia finivano nei titoli di giornali.
Verso la fine dell'estate del 2009 facemmo una gita di famiglia
al Grand Canyon e fui stroncata per un'apparente mancanza
di decoro quando scesi dall'Air Force One (c'erano 41 gradi,
potrei aggiungere) con un paio di pantaloncini corti.
Sembrava che alla gente importassero pi i miei abiti di
qualsiasi cosa avessi da dire. A Londra, quando scesi dal palco
commossa fino alle lacrime dopo aver parlato alle ragazze della
Elizabeth Garrett Anderson School, appresi che la prima
domanda posta ad una delle mie assistenti da un giornalista che
copriva l'evento era stata: Di chi  il suo vestito?.
Queste cose mi demoralizzavano, ma cercavo di rielaborarle
e vederle come un'opportunit di imparare, di tirare fuori
il meglio da una situazione che non avrei mai scelto. Se la
gente sfogliava una rivista soprattutto per vedere gli abiti che
indossavo, speravo vedessero anche la moglie di un soldato
al mio fianco o leggessero quello che avevo da dire sulla salute
dei bambini. Quando Vogue, dopo l'elezione di Barack, mi
propose di farmi fotografare per la copertina della rivista, con
il mio staff discutemmo se sarei apparsa frivola o elitaria in
un momento di grave preoccupazione economica, ma alla fine
decidemmo per il s. Era sempre importante che una donna
di colore fosse ritratta sulla copertina di una rivista.
Insistetti anche perch fossi io a scegliere come vestirmi,
indossando per la seduta fotografica abiti di Jason Wu e Narciso
Rodrguez, uno stilista ispanoamericano di grande bravura.
Mi intendevo un po' di moda, ma non ero un'esperta. Come
madre lavoratrice ero davvero troppo occupata per dedicare
tempo alla scelta degli abiti. Durante la campagna
elettorale avevo acquistato quasi tutti i miei capi in una boutique
di Chicago dove avevo avuto la fortuna di incontrare una
giovane commessa, Meredith Koop. Meredith, che era cresciuta
a St. Louis, era sveglia, conosceva bene i vari stilisti e le piaceva
giocare con i colori e i tessuti. Dopo l'elezione di Barack,
riuscii a convincerla a trasferirsi a Washington e lavorare come
mia assistente personale e consulente d'immagine. Molto rapidamente
divent anche un'amica fidata.
Un paio di volte al mese, Meredith arrivava nel mio spogliatoio
della residenza con diversi carrelli appendiabiti carichi
e passavamo un'ora o due a provare i capi e ad abbinarli
per gli eventi che avevo in agenda nelle settimane successive.
Pagavo di tasca mia tutti i vestiti e gli accessori, con la sola
eccezione degli abiti da sera firmati che indossavo nelle occasioni
ufficiali, che mi venivano prestati dagli stilisti e che
poi sarebbero stati donati agli Archivi nazionali, secondo le
direttive etiche della Casa Bianca. Quando sceglievo gli abiti,
cercavo di essere imprevedibile per evitare che si attribuisse
un particolare messaggio a quello che indossavo. Dovevo stare
molto attenta. Da me ci si aspettava che mi distinguessi senza
eclissare gli altri, che mi mescolassi senza scomparire. In
quanto nera, inoltre, sapevo che sarei stata criticata se avessi
scelto abiti troppo appariscenti e troppo costosi, e sarebbe
successo lo stesso se fossi stata troppo casual. Cos mischiavo
le carte. Combinavo una gonna esclusiva di Michael Kors con
una T-shirt di Gap. Indossavo un capo di Target un giorno e
uno di Diane von Frstenberg il successivo. Volevo attirare
l'attenzione sugli stilisti americani, soprattutto quelli meno
affermati, anche se questa scelta a volte deludeva quelli della
vecchia guardia, incluso Oscar de la Renta, che, mi riferirono,
era dispiaciuto perch non indossavo le sue creazioni.
Per quanto mi riguardava, intendevo semplicemente usare il
mio curioso rapporto con lo sguardo del pubblico per dare
visibilit ad un gruppo variegato di stilisti emergenti.
La percezione governa pi o meno tutto nel mondo della
politica, e io ne tenevo conto in ogni mia scelta di abbigliamento.
Richiedeva tempo e denaro, molto pi denaro di
quanto avessi mai speso prima per vestirmi. Richiedeva anche
una ricerca accurata da parte di Meredith, in particolare
per i viaggi all'estero. Spesso passava ore ad assicurarsi che
le firme, i colori e gli stili che sceglievamo fossero rispettosi
dei popoli e dei Paesi che visitavamo. Meredith acquistava
inoltre i vestiti di Sasha e Malia per le occasioni pubbliche,
cosa che aumentava le spese generali, ma anche loro avevano
gli occhi dell'opinione pubblica puntati addosso. A volte sospiravo
guardando Barack estrarre dall'armadio il solito completo
scuro e andare al lavoro senza nemmeno bisogno di
pettinarsi. La sua pi grossa incertezza in tema di moda,
prima di un'apparizione in pubblico, era se indossare la giacca
o no. Cravatta s o cravatta no?
Stavamo attente, io e Meredith, a essere sempre preparate.
Quando provavo un abito nuovo nel mio spogliatoio, facevo
un paio di flessioni e di affondi, poi ruotavo le braccia per
assicurarmi di potermi muovere. I capi troppo stretti li riappendevo
sul carrello. Quando viaggiavo, portavo sempre con
me qualche abito di scorta, per non farmi sorprendere dai
cambiamenti atmosferici e di programma o, peggio ancora,
da catastrofi come un bicchiere di vino che si rovescia o una
cerniera che salta. Imparai anche che era importante, in
qualsiasi occasione, avere in valigia un completo adatto a un
funerale, perch poteva accadere che Barack venisse chiamato,
con minimo preavviso, a presenziare alle esequie di soldati,
senatori e capi di Stato.
Finii per affidarmi moltissimo a Meredith, ma anche aJohnny
Wright, quell'uragano del mio parrucchiere che parlava a
tutta velocit e rideva come un matto, e a Carl Ray, il mio truccatore
meticoloso e garbato. Loro tre insieme (soprannominati
dai miei collaboratori la triade) mi davano la fiducia
necessaria a presentarmi in pubblico ogni giorno: sapevamo
tutti che un passo falso avrebbe generato un turbine di scherno
e di commenti malevoli. Mai, da giovane, mi sarei aspettata
di assumere persone che curassero la mia immagine, e all'inizio
l'esperienza fu sconcertante. Ma scoprii ben presto un'altra
delle verit di cui non parla nessuno: oggi, praticamente ogni
donna che abbia una vita pubblica - da quelle in politica alle
celebrit in genere - ha al suo fianco figure come Meredith,
Johnny e Carl.  un'esigenza fondamentale, il prezzo da pagare
al nostro doppio standard sociale.
E le altre first lady come avevano affrontato le sfide quotidiane
di capelli, trucco e guardaroba? Non ne avevo idea. La
questione non era stata toccata nelle conversazioni che avevo
avuto con quelle di loro che avevo conosciuto. Di tanto in
tanto, durante quel primo anno alla Casa Bianca, mi ero trovata
a sfogliare libri sulle o delle first lady che mi avevano
preceduto, ma li avevo sempre abbandonati quasi senza sfogliarli,
come se non volessi sapere che cosa avevamo in comune
e cosa ci separava.
In settembre invitai finalmente a pranzo nella residenza,
come avrei dovuto fare da tempo, Hillary Clinton. Fu molto
piacevole. Dopo la sua elezione, e con un po' di sorpresa da
parte mia, Barack aveva nominato Hillary segretario di Stato
ed erano riusciti entrambi a sanare le ferite della campagna
per le primarie ed a costruire un rapporto di lavoro produttivo.
Hillary fu sincera con me e mi confess di aver commesso un
errore di giudizio, pensando che il popolo americano fosse
pronto per avere come first lady una professionista decisa ad
assumere un ruolo attivo. Quando era la first lady dell'Arkansas,
aveva mantenuto il suo lavoro come partner in uno studio
legale e, nello stesso tempo, aveva aiutato il marito nei suoi
sforzi per migliorare la sanit e l'istruzione pubblica. Era
quindi arrivata a Washington con lo stesso desiderio e la stessa
energia per dare il suo contributo, ma era stata duramente
respinta, messa alla gogna per il suo ruolo politico alla Casa
Bianca nell'mbito della riforma sanitaria. Il messaggio le era
stato riferito con franchezza brutale: gli americani avevano
eletto suo marito, non lei. Non c'era posto per le first lady
nella West Wing. Aveva cercato di fare troppo e troppo in fretta,
evidentemente, ed era andata a sbattere contro un muro.
Per quanto mi riguardava, cercavo di stare attenta a quel
muro, di imparare dall'esperienza delle altre first lady, di badare
a non interferire direttamente o apertamente con gli
affari della West Wing. Per le comunicazioni giornaliere con
Barack - per scambiarci opinioni, sincronizzare i nostri impegni,
rivedere ogni programma - mi servivo del mio staff. I
consiglieri presidenziali, secondo me, potevano essere molto
suscettibili riguardo alle apparenze. A un certo punto, diversi
anni dopo, quando decisi di farmi un taglio con la frangetta,
i miei collaboratori sentirono il bisogno di sottoporre prima
l'idea a quelli di Barack, solo per essere sicuri che non avrebbe
rappresentato un problema.
Data la difficile situazione economica, lo staff di Barack era
costantemente in guardia affinch nessuna immagine proveniente
dalla Casa Bianca potesse essere giudicata frivola e leggera,
vista la cupezza del momento. Questo non mi stava
sempre bene. Sapevo per esperienza che persino in tempi difficili,
forse soprattutto in tempi difficili, non era vietato ridere.
Per il bene dei bambini, in particolare, bisognava trovare il
modo di divertirsi. Su questo fronte, i miei collaboratori si
erano scontrati con gli addetti alla comunicazione di Barack
a proposito della mia idea di organizzare alla Casa Bianca una
festa di Halloween per i bambini. La West Wing - in particolare
David Axelrod, ora alto consigliere nell'amministrazione,
e il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs - pensava che
la festa sarebbe stata percepita come una stravaganza eccessiva
e troppo costosa, e che avrebbe potuto diminuire la popolarit
di Barack. Rischiamo una percezione negativa,
dicevano. Io non ero d'accordo e sostenni che una festa di
Halloween per i bambini di Washington e per famiglie di militari
che non avevano mai visto prima la Casa Bianca era un
modo perfetto per usare una minuscola fetta del budget
dell'Ufficio degli affari sociali riservato alle attivit ricreative.
Axe e Gibbs non si dissero mai d'accordo, ma ad un certo
punto smisero di combattere con noi. Alla fine di ottobre,
per la mia felicit, una zucca gigante di quasi cinquecento
chili troneggiava nel prato della Casa Bianca. Una banda di
scheletri suonava jazz mentre un enorme ragno nero scendeva
dal Portico settentrionale. Io ero di fronte alla Casa
Bianca, vestita da leopardo - in pantaloni neri, completo maculato
e un nastro con un paio di orecchie da felino tra i capelli -
mentre Barack, che non era mai stato tipo da
mascherarsi, anche quando non era questione di percezione,
indossava un banale maglioncino. (Gibbs, va detto a suo
merito, si present vestito da Darth Vader, pronto a divertirsi).
Quella sera distribuimmo sacchetti di biscotti, frutta secca
e M&M's in una scatola con lo stemma presidenziale a pi
di duemila principessine, tristi mietitori, pirati, supereroi,
fantasmi e giocatori di football che avevano invaso il prato
per incontrarci. Per quanto mi riguardava, non mi parve che
ci furono problemi di percezione.
L'orto continuava a produrre, stagione dopo stagione,
insegnandoci un mucchio di cose. Raccogliemmo meloni pallidi
e insapori. Ci furono violenti nubifragi che spazzarono
via lo strato superficiale del terreno. Gli uccelli ci mangiavano
i piccoli frutti, i coleotteri erano ghiotti di cetrioli. Ogni
volta, qualcosa andava un po' storto, e con l'aiuto di Jim
Adams, l'orticoltore del Servizio dei parchi nazionali che era
il nostro capo giardiniere, e Dale Haney, il sovrintendente
dei giardini della Casa Bianca, facevamo piccoli aggiustamenti
e andavamo avanti, godendo della generale abbondanza.
Spesso, ora, per cena arrivavano in tavola i broccoli, le carote
ed il cavolo riccio coltivati nel Prato meridionale. Donavamo
una parte di ogni raccolto alla Miriam's Kitchen, una mensa
non profit per i senzatetto. Cominciammo a mettere le verdure
sott'aceto e regalavamo i vasetti ai dignitari stranieri in
visita, insieme ai barattoli di miele delle nostre nuove arnie.
Per lo staff, l'orto divent motivo di orgoglio. Gli scettici della
prima ora si trasformarono presto in fan. Per me, l'orto era
qualcosa di semplice, fiorente e salutare, un simbolo di diligenza
e di fiducia. Era bello e forte nello stesso tempo. E rendeva
felice la gente.
Nel corso dei mesi precedenti, io e lo staff della East Wing
avevamo incontrato esperti e attivisti che si battevano per tutelare
la salute dei bambini. Volevamo definire i pilastri su cui
incentrare un'azione di pi ampio respiro. Avremmo fornito
ai genitori un maggior numero di informazioni per aiutarli a
scegliere un'alimentazione corretta per la loro famiglia.
Avremmo lavorato per migliorare la salute a scuola. Avremmo
cercato di aumentare la disponibilit di cibi nutrienti. E
avremmo elaborato nuove idee per far s che i giovani praticassero
pi attivit fisica. Sapevamo che il modo in cui avremmo
presentato il nostro lavoro sarebbe stato fondamentale:
per questo arruolai ancora Stephanie Cutter che, in qualit
di consulente, venne ad aiutare Sam e Jocelyn Frye a dar forma
all'iniziativa. Intanto i miei esperti di comunicazione ricevettero
l'incarico di creare una divertente mascotte per la
campagna. Nel frattempo, la West Wing pareva piuttosto agitata
per via dei miei piani: i consiglieri di Barack temevano
che apparissi come un'incarnazione dello Stato-blia con il
dito alzato, in tempi in cui le controverse operazioni di salvataggio
a favore di banche ed imprese automobilistiche avevano
indotto gli americani a essere ultradiffidenti nei confronti di
ogni iniziativa che sapesse di intervento statale.
Il mio obiettivo, tuttavia, era di rendere questa campagna
qualcosa di pi di una questione di governo. Speravo di imparare
da quello che mi aveva raccontato Hillary Clinton della
sua esperienza, di lasciare la politica a Barack e concentrare
altrove i miei sforzi. Quando si trattava di parlare con gli
amministratori delegati delle multinazionali delle bevande gassate
e con i fornitori delle mense scolastiche, pensavo che
valesse la pena puntare sull'aspetto umano invece che su quello
normativo, collaborare invece di litigare. E quando si trattava
dello stile di vita delle famiglie, volevo rivolgermi
direttamente alle madri, ai padri e soprattutto ai bambini.
Non mi interessava giocare secondo le regole della politica
o apparire nelle trasmissioni della domenica mattina. Preferii
concedere interviste a settimanali e mensili dedicati alla salute
e destinati a genitori e bambini. Mi esibii con l'hula hoop nel
Prato meridionale della Casa Bianca per dimostrare che
l'esercizio fisico poteva essere divertente e partecipai come
ospite a una puntata del programma TV per bambini Sesame
Street, dove conversai di verdura con i Muppets Elmo e Big
Bird. Ogni volta che parlavo con i giornalisti dell'orto della
Casa Bianca, accennavo al fatto che molti americani avevano
difficolt a trovare prodotti freschi nei loro quartieri e cercavo
di sottolineare gli oneri che l'aumento dell'obesit comportava
per la salute pubblica. Volevo essere sicura che
avessimo l'appoggio di tutti coloro di cui avevamo bisogno
per fare dell'iniziativa un successo, per prevenire qualunque
potenziale obiezione. Con questo concetto ben chiaro in
mente, passammo settimane su settimane in riunioni informali
con attivisti e rappresentanti delle industrie, oltre che
con alcuni membri del Congresso. Convocammo focus
group per testare i marchi e la comunicazione del progetto,
arruolando l'aiuto gratito di pubblicitari ed esperti di pubbliche
relazioni per rifinire nel dettaglio il messaggio.
Nel febbraio 2010 ero finalmente pronta a condividere la
mia idea. In un freddo marted pomeriggio, mentre a Washington
si stava ancora spalando la neve dopo una tormenta
storica, mi misi davanti al leggio nel Salone dei pranzi di Stato
della Casa Bianca, circondata da bambini, dai segretari di
alcuni dipartimenti federali, da campioni dello sport, sindaci,
figure eminenti nel campo della medicina, dell'istruzione
e della produzione alimentare, oltre che decine di giornalisti,
per annunciare con orgoglio la nostra nuova iniziativa,
che avevamo deciso di chiamare Let's Move! Era incentrata
su un obiettivo preciso: sconfiggere l'epidemia di obesit infantile
nel corso di una generazione.
La cosa fondamentale, per me, era che non stavamo elencando
una serie di pie illusioni destinate a rimanere tali. Lo
sforzo era concreto e il lavoro ben avviato. Quello stesso giorno,
Barack aveva firmato una comunicazione di servizio per
creare una task force federale, la prima del suo genere, che
si occupasse dell'obesit infantile; in pi, le tre maggiori
aziende fornitrici di pranzi scolastici avevano annunciato che
avrebbero ridotto la quantit di sale, zucchero e grassi nei
pasti che servivano. L'Associazione americana delle bevande
gassate aveva promesso di elencare in modo pi chiaro gli
ingredienti sulle etichette. Avevamo ottenuto dall'Accademia
americana dei pediatri l'impegno a incoraggiare i medici a
usare l'indice di massa corporea come parametro standard
nella valutazione della salute dei bambini. Avevamo convinto
la Disney, la NBC e la Warner Bros, a mandare in onda le campagne
pubblicitarie di comunicazione sociale ed a investire in
programmi speciali per incoraggiare i bambini a scegliere
uno stile di vita pi sano. I capi di dodici diverse federazioni
sportive professionistiche avevano accettato di promuovere
una campagna - 60 Minutes of Play a Day, 60 minuti di gioco
al giorno - per invogliare i bambini a muoversi di pi.
Ed era solo l'inizio. Avevamo progetti per contribuire
all'apertura di negozi di frutta e verdura nei quartieri urbani e
nelle zone rurali noti come deserti alimentari, per spingere
a fornire sulle confezioni informazioni pi accurate sul valore
nutritivo dei cibi; per ridisegnare la piramide alimentare,
ormai superata, e per renderla pi accessibile, e aggiornarla alla
luce delle ultime ricerche nutrizionali. Nel frattempo, avremmo
lavorato per responsabilizzare il mondo dell'impresa sulle
decisioni che avevano un effetto diretto sulla salute dei
bambini.
Tradurre tutto questo in realt avrebbe richiesto impegno
e organizzazione, lo sapevo, ma era esattamente il tipo di lavoro
che mi piaceva. Era una sfida immensa, ma avevamo il
vantaggio di avere a disposizione un'incomparabile tribuna.
Cominciavo a rendermi conto che tutti gli aspetti della mia
nuova esistenza che mi sembravano bizzarri - la stranezza della
fama, l'attenzione esasperata per la mia immagine, la vaghezza
del mio mansionario - potevano essere sfruttati al servizio di
obiettivi concreti. Mi sentivo piena di energia. Finalmente
c'era un modo per mostrare appieno il mio vero io.
...
22.

Una mattina di primavera, Barack, le bambine e io fummo
invitati a uscire dalla residenza e a raggiungere il Prato meridionale.
Un uomo che non avevo mai visto prima ci aspettava
nel vialetto. Aveva una faccia simpatica e baffi sale e pepe
che gli conferivano un'aria molto solenne. Si present come
Lloyd.
Signor presidente, signora Obama, disse. Pensavamo
che a voi e alle bambine potesse far piacere provare un'esperienza
insolita, cos abbiamo organizzato uno zoo per bambini.
Ci rivolse un largo sorriso. Non  mai successo prima
alla Casa Bianca.
L'uomo fece un gesto verso la sua sinistra e noi ci voltammo
a guardare. A circa trenta metri, sdraiati all'ombra dei cedri,
c'erano quattro magnifici felini: un leone, una tigre, una pantera
nera dal pelo lucente, un ghepardo. Da dove stavamo,
non vedevo n recinti n catene. Non sembrava esserci nulla
che li rinchiudesse. Tutto era molto strano. Un'esperienza insolita,
non c' che dire.
Grazie.  molto gentile, dissi sperando di sembrare cortese.
 giusto - Lloyd, vero? - che non ci sia un recinto n
nient'altro? Non  un po' pericoloso per le bambine?
Be', s, ovviamente ci abbiamo pensato, rispose Lloyd.
Immaginavamo che la sua famiglia si sarebbe divertita di pi
se gli animali fossero stati liberi, come in natura. Cos li abbiamo
sedati, per sicurezza. Non vi faranno del male. Fece un
cenno rassicurante. Avvicinatevi pure. Buon divertimento!
Barack e io prendemmo Malia e Sasha per mano e cominciammo
ad attraversare il Prato meridionale. Gli animali erano
pi grossi di quanto mi aspettassi, indifferenti e muscolosi;
agitavano le code e ci tenevano sotto controllo mentre avanzavamo
sull'erba ancora umida di rugiada. Non avevo mai visto
niente di simile, quattro belve una accanto all'altra, come cuccioli
della stessa nidiata. Quando fummo pi vicini il leone accenn
un movimento. Vidi gli occhi della pantera che ci
seguivano, le orecchie della tigre appiattirsi leggermente. Poi,
senza preavviso, il ghepardo salt fuori dall'ombra alla velocit
della luce e si lanci come un missile verso di noi.
Presa dal panico, afferrai Sasha per un braccio e scattai
con lei all'indietro, verso la casa, sperando che Barack e Malia
stessero facendo lo stesso. Dal rumore, capii che gli animali
erano balzati in piedi e ci stavano inseguendo.
Lloyd stava sulla soglia, imperturbabile.
Non aveva detto che erano sedati? urlai.
Non si preoccupi, ma'am, grid lui per tutta risposta.
Abbiamo un piano di emergenza esattamente per questo tipo
di scenario! Si fece da parte per lasciar passare un gruppo
di agenti dei Servizi segreti che impugnavano fucili
caricati a siringhe sedative. Proprio in quel momento sentii
che Sasha si liberava dalla mia presa.
Mi voltai verso il prato ed ebbi una visione orribile: la mia
famiglia era inseguita da quattro animali selvaggi a loro volta
inseguiti dagli agenti che sparavano.
E questo sarebbe il vostro piano? gridai. Sta scherzando?
In quel preciso momento, il ghepardo emise una specie di
ringhio sordo e si scagli su Sasha. Un agente gli spar mancandolo,
ma lo spavent abbastanza da fargli invertire la corsa
e ridiscendere il pendio. Il mio sollievo dur lo spazio di
un secondo, poi vidi che la siringa bianca e arancione con il
sonnifero si era conficcata nel braccio destro di Sasha.
Mi svegliai di soprassalto, madida di sudore, con il cuore
che batteva all'impazzata. Mio marito era rannicchiato accanto
a me, immerso in un sonno profondo. Avevo avuto un
brutto incubo.
Continuavo ad avere la sensazione che stessimo precipitando,
che l'intera nostra famiglia si stesse lasciando cadere
all'indietro nella speranza che sotto ci fosse qualcuno pronto
a prenderci. Avevo fiducia nel dispositivo di sicurezza creato
per noi alla Casa Bianca, ma mi sentivo comunque vulnerabile,
perch sapevo che ogni aspetto - dalla protezione delle
nostre figlie alla logistica dei miei spostamenti - era quasi
completamente nelle mani di altre persone, molte delle quali
pi giovani di me di almeno vent'anni. Essendo cresciuta
in Euclid Avenue, avevo imparato che l'autosufficienza  tutto,
che alle mie cose dovevo pensarci io, ma adesso questo
era quasi impossibile. C'era chi le faceva al posto mio. Prima
di ogni viaggio, i miei collaboratori percorrevano le strade
su cui sarei dovuta passare, calcolando al minuto il tempo
necessario, pianificando in anticipo le soste per andare in
bagno. Gli agenti portavano le mie figlie a giocare dalle amiche.
I domestici raccoglievano la nostra biancheria sporca.
Non guidavo pi l'auto n portavo con me cose come i contanti
o le chiavi di casa. I miei assistenti rispondevano per me
al telefono, partecipavano alle riunioni e stendevano bozze
di documenti per conto mio.
Tutto questo era meraviglioso e utile, mi lasciava libera di
concentrarmi su ci che davvero contava. Ma di tanto in tanto
io, con la mia passione per i dettagli, avevo la sensazione
di perdere il controllo. Ed era in quei momenti che vedevo
leoni e ghepardi in agguato.
E poi c'era molto altro che non poteva essere pianificato,
una generale anarchia che lambiva il confine della nostra
quotidianit. Quando si  sposati con il presidente, si capisce
in fretta che il mondo ribolle di caos, che le catastrofi si abbattono
senza preavviso. Forze visibili e invisibili sono pronte
a distruggere la tranquillit in cui uno crede di vivere. Le notizie
non possono essere ignorate. Un terremoto devasta Haiti.
Una guarnizione salta a millecinquecento metri di
profondit sotto una piattaforma petrolifera al largo delle
coste della Louisiana e milioni di barili di petrolio si riversano
nelle acque del Golfo del Messico. La rivoluzione scuote
l'Egitto. Un uomo armato di fucile apre il fuoco nel parcheggio
di un supermercato in Arizona uccidendo sei persone e
ferendo gravemente una deputata del Congresso.
Tutto era grande e tutto era importante. Leggevo la rassegna
stampa che mi mandava ogni mattina il mio staff e sapevo
che a Barack sarebbe toccato valutare e rispondere a ogni nuovo
sviluppo. Sarebbe stato criticato per eventi al di fuori del
suo controllo, sollecitato a risolvere i problemi di nazioni lontane,
avrebbero preteso che tappasse un buco sul fondo dell'oceano.
Sembrava che il suo compito fosse affrontare il caos,
metabolizzarlo e trasformarlo in una sorta di serena leadership:
ogni giorno della settimana, ogni settimana dell'anno.
Cercavo di fare del mio meglio perch le incertezze del
mondo non condizionassero troppo il mio lavoro quotidiano
di first lady, ma a volte non c'era modo di evitarlo. Il comportamento
mio e di Barack di fronte all'instabilit era importante.
Capivamo di rappresentare la nazione e di essere
obbligati a farci avanti ed essere presenti dove si era verificata
una tragedia o c'era sofferenza o confusione. Parte del nostro
compito, per come lo intendevamo, era dimostrare ragionevolezza,
compassione e coerenza. Dopo che la fuoriuscita di
petrolio della BP - la pi disastrosa nella storia degli Stati Uniti -
era stata finalmente bloccata, molti americani erano ancora
sconvolti e non volevano credere che fosse sicuro passare
di nuovo le vacanze sulle spiagge del Golfo del Messico, e questo
comportava ricadute negative sull'economia locale. Cos
andammo tutti in Florida, e Barack port Sasha a nuotare, facendosi
fotografare con lei, in modo che giornali e televisioni
li mostrassero sorridenti mentre sguazzavano tra le onde. Era
un piccolo gesto con un grande messaggio: Se si fida lui a entrare
in acqua, possiamo farlo anche noi.
Quando uno di noi, o entrambi, visitava un luogo colpito da
una tragedia, era spesso per ricordare agli americani di non
dimenticare troppo presto la sofferenza degli altri. Quando
potevo, sottolineavo gli sforzi di soccorritori, educatori, volontari,
di chiunque si impegnasse anche al di l del proprio dovere
nelle situazioni pi difficili. Ad Haiti, dove andai con Jill
Biden tre mesi dopo il terremoto che colp l'isola nel 2010, ebbi
un tuffo al cuore nel vedere piramidi di macerie dove prima
c'erano case, e dove ora decine di migliaia di persone - madri,
nonni, neonati - erano state sepolte vive. Visitammo una serie
di bus adattati dove alcuni artisti locali facevano arteterapia
con i bambini rimasti senza casa e senza famiglia, bambini che,
nonostante le perdite e grazie agli adulti che li circondavano,
traboccavano ancora di speranza.
Dove c' dolore c' anche capacit di superarlo: da first lady
l'ho constatato non solo quella volta, ma mille altre.
Visitavo pi spesso che potevo gli ospedali militari dove i
soldati si riprendevano dalle ferite di guerra. La prima volta
che entrai al Centro medico militare nazionale Walter Reed,
a meno di quindici chilometri dalla Casa Bianca, a Bethesda,
nel Maryland, da programma avrei dovuto rimanere circa
novanta minuti, ma finii per fermarmi quattro ore.
Il Walter Reed era solitamente la seconda o terza tappa per
i soldati feriti in Iraq e in Afghanistan. Molti ricevevano le
cure di emergenza nella zona di guerra e poi venivano trasferiti
e curati in una struttura medica a Landstuhl, in Germania,
prima di essere riportati negli Stati Uniti. Alcuni
soldati rimanevano al Walter Reed solo alcuni giorni, altri ci
restavano mesi. L'ospedale poteva contare su chirurghi militari
straordinari e offriva eccellenti servizi di riabilitazione,
in grado di trattare le ferite di guerra pi devastanti. Grazie
al moderno sviluppo dei mezzi corazzati, i soldati americani
sopravvivevano a esplosioni che un tempo li avrebbero uccisi.
Questa era la notizia buona. Quella cattiva era che, dopo quasi
un decennio e due conflitti caratterizzati da attacchi a sorpresa
e trappole esplosive, quelle ferite erano molte e gravi.
Per quanto nella vita cercassi di essere pronta a tutto, non
c'era modo di prepararsi a quello che avrei visto negli ospedali
militari e nelle Fisher House - le case dove, grazie a un'organizzazione
benefica, le famiglie dei militari feriti sono ospitate
gratuitamente mentre i loro cari ricevono le cure necessarie.
Come ho gi detto in precedenza, sono cresciuta senza sapere
nulla dei militari. Mio padre era stato due anni nell'esercito,
ma molto prima della mia nascita. Finch Barack non cominci
la campagna elettorale non avevo mai avuto modo di osservare
la ordinata animazione di una base militare o di
visitare le modeste casette a schiera che ospitano i membri delle
forze armate e le loro famiglie. La guerra, per me, era sempre
stata spaventosa, ma rappresentava un concetto astratto:
si svolgeva in panorami che non riuscivo a immaginare e coinvolgeva
persone che non conoscevo. Poterla rappresentare cos,
lo capisco ora, era stato per me un privilegio.
Quando arrivavo in un ospedale, di solito trovavo ad accogliermi
la caposala, che mi consegnava un camice e mi dava
istruzioni su come disinfettare le mani ogni volta che entravo
in una nuova stanza. Prima di aprire ogni porta mi informava
brevemente sul militare ricoverato e sulla sua situazione. A
ogni paziente veniva chiesto in anticipo se gli - o le - avrebbe
fatto piacere ricevere la mia visita. Qualcuno diceva di no,
forse perch stava troppo male o forse per motivi politici.
Capivo benissimo entrambe le ragioni. L'ultima cosa che avrei
voluto era essere di peso.
Le mie visite in ogni stanza duravano quanto voleva il soldato.
Le nostre conversazioni erano del tutto private, senza
giornalisti o la presenza del personale ospedaliero. L'atmosfera
variava: a volte era cupa, altre pi leggera. Prendevo
spunto dalla bandiera di una squadra o dalle fotografie appese
al muro per parlare di sport, degli Stati in cui eravamo
nati o dei nostri figli. O dell'Afghanistan e di quello che era
capitato laggi. A volte discutevamo di ci che serviva a ciascun
soldato e anche di ci che non serviva, ovvero - come
mi dicevano spesso - la compassione degli altri.
Un giorno m'imbattei in una lavagnetta rossa appesa ad una
porta, con un messaggio scritto a pennarello nero che sembrava
dire tutto:

A TUTTI QUELLI CHE ENTRANO QUI - ATTENZIONE:
Se venite in questa stanza addolorati o per piangere sulle mie
ferite, andate da qualche altra parte. Me le sono procurate facendo
il lavoro che amo, per le persone che amo, difendendo
la libert di un Paese che amo profondamente. Sono incredibilmente
forte e guarir del tutto.

Questo significava resistere. Rifletteva uno spirito generale
di autonomia e di orgoglio che avevo visto in tutte le forze
armate. Un giorno ero seduta di fronte a un uomo che era
partito giovane e sano per una lontana area di guerra lasciandosi
dietro la moglie incinta, ed era tornato tetraplegico, incapace
di muovere braccia e gambe. Mentre parlavamo, il figlio
- un neonato con il visino roseo - giaceva, avvolto in una
coperta, sul suo petto. Incontrai un altro soldato, a cui avevano
amputato una gamba, che mi fece un mucchio di domande
sui Servizi segreti. Mi spieg allegramente che un
tempo sperava, dopo aver lasciato le forze armate, di diventare
un agente, ma, data la sua condizione, adesso stava considerando
un nuovo piano.
Poi c'erano le famiglie. Mi presentavo a mogli e a mariti,
a madri e padri, cugini e amici che trovavo al capezzale dei
feriti, persone che spesso avevano messo in pausa il resto della
loro vita per poter stare accanto alla persona a cui volevano
bene. A volte potevo parlare solo con i parenti, perch i loro
cari giacevano immobilizzati l accanto, sotto l'effetto di pesanti
sedativi o semplicemente addormentati. Tutta questa
gente aveva il proprio fardello da portare. Alcuni venivano
da famiglie di soldati, generazioni su generazioni al servizio
del Paese; in altri casi, si trattava di fidanzate adolescenti che
erano diventate mogli appena prima di una partenza per una
zona di guerra e il cui futuro, ora, aveva preso all'improvviso
una piega complicata. Non riesco pi a tenere il conto delle
madri con le quali ho pianto. La loro sofferenza era cos profonda
che tutto quello che potevamo fare era tenerci per mano
e pregare in silenzio tra le lacrime.
Mi sentivo piccola di fronte a ci che vedevo della vita militare.
In tutta la mia esperienza non avevo mai conosciuto
una forza d'animo e una lealt come quelle che incontravo
in quelle stanze.
Un giorno, a San Antonio, in Texas, notai un po' di trambusto
nel corridoio dell'ospedale militare che stavo visitando.
Le infermiere andavano e venivano in fretta dalla stanza in
cui stavo per entrare. Non vuole restare a letto, sentii qualcuno
bisbigliare. Dentro, trovai un membro della Guardia
nazionale che aveva riportato ferite multiple e gravi ustioni
su tutto il corpo. Era un giovanotto alto, originario della parte
rurale del Texas, e si vedeva che soffriva molto mentre si
strappava le lenzuola e cercava di far scivolare i piedi fuori
dal letto per appoggiarli a terra.
Ci volle un istante per capire qual era il suo intento.
Nonostante il dolore cercava di mettersi sull'attenti e fare il saluto
militare alla moglie del suo comandante in capo.
Una sera, all'inizio del 2011, Barack accenn a Osama bin
Laden. Avevamo appena finito di cenare e Sasha e Malia erano
andate a finire i compiti, lasciandoci soli nella sala da
pranzo della residenza.
Crediamo di sapere dov', disse Barack. Pu darsi che
andremo l per cercare di eliminarlo, ma non c' niente di
sicuro.
Bin Laden era l'uomo pi ricercato del mondo e sfuggiva
da anni alla cattura. Prenderlo od ucciderlo era nella lista delle
priorit di Barack dall'inizio del suo mandato. Sapevo bene
che avrebbe significato molto per la nazione, per le molte
migliaia di soldati che avevano trascorso anni a cercare di
proteggerci da al-Qaeda e specialmente per chi aveva perduto
una persona cara l'11 settembre.
Intuivo dal tono grave di Barack che erano ancora tante
le decisioni da prendere. Era chiaro che le variabili lo angustiavano,
ma sapevo che non dovevo fargli troppe domande
o insistere che mi spiegasse i particolari. Da sempre eravamo
l'uno la cassa di risonanza dell'altro per le questioni professionali.
Ma sapevo anche che ora passava le giornate circondato
da consiglieri esperti. Aveva accesso a ogni genere di
informazioni top secret e, specialmente sulla sicurezza nazionale,
non gli servivano certo i miei suggerimenti. In generale,
speravo che il tempo che trascorreva con me e le bambine
rappresentasse una tregua, anche se il lavoro era sempre l
vicino. Dopotutto, la nostra era letteralmente una vita tutta
casa e bottega.
Barack, che  sempre stato bravo a tenere separati i vari
aspetti della vita, riusciva ad essere presente ed attento quando
era con noi. L'avevamo imparato col tempo, via via che le nostre
vite lavorative diventavano sempre pi piene ed intense:
bisognava fissare dei paletti, i confini dovevano essere custoditi.
Bin Laden non era invitato a cena, e non lo erano nemmeno
la crisi umanitaria in Libia o i repubblicani del Tea
Party. Avevamo due bambine ed i bambini hanno bisogno di
spazio per parlare e crescere. Il tempo che trascorrevamo in
famiglia era quello in cui le grandi preoccupazioni e i problemi
urgenti venivano cancellati senza piet, cos che quelli
piccoli potessero prendere il sopravvento. A cena, Barack e
io ascoltavamo i racconti della ricreazione alla Sidwell o i particolari
della ricerca di Malia sugli animali a rischio di estinzione
come se fossero le cose pi importanti del mondo.
Perch lo erano. Meritavano di esserlo.
Eppure, persino mentre mangiavamo, il lavoro si accumulava.
Alle spalle di Barack intravedevo il corridoio fuori della
sala da pranzo, dove gli assistenti lasciavano su un tavolino i
raccoglitori con le informative serali, solitamente a met del
pasto. Faceva parte del rituale della Casa Bianca: ogni sera ci
consegnavano due raccoglitori, uno per me e uno, molto pi
spesso e con la copertina in pelle, per Barack. Ognuno conteneva
le carte dei nostri rispettivi uffici ed eravamo tenuti a
leggerle entro il mattino dopo.
Dopo aver rimboccato le coperte alle bambine, Barack di
solito scompariva nella Sala del Trattato con il suo fascicolo,
mentre io portavo il mio nel salottino del mio spogliatoio,
dove passavo un'ora o due ogni sera o la mattina a scorrerne
il contenuto: di solito erano promemoria dello staff, bozze
di discorsi da tenere di l a poco e decisioni da prendere riguardo
alle mie iniziative.
A un anno dal lancio di Let's Move! si cominciavano a vedere
i risultati. Ci eravamo accordati con diverse fondazioni
e fornitori di prodotti alimentari per installare seimila banchi
per insalate nelle mense scolastiche e stavamo assumendo
chef locali per aiutare le scuole a servire pasti non solo salutari
ma anche gustosi. Walmart, allora il maggior rivenditore
al dettaglio di prodotti alimentari a livello nazionale, si era
unito ai nostri sforzi impegnandosi a ridurre la quantit di
zucchero, sale e grassi nei suoi prodotti confezionati e ad abbassare
i prezzi di frutta e verdura. E avevamo coinvolto i sindaci
di cinquecento citt grandi e piccole in tutto il Paese affinch
si impegnassero a combattere l'obesit infantile.
Cosa ancora pi importante, nel corso del 2010 lavorai
molto per far approvare al Congresso una legge sull'alimentazione
dei bambini, che ampliava la disponibilit di cibi sani
e di alta qualit nelle scuole pubbliche e, per la prima volta
in trent'anni, aumentava i sussidi federali alle mense. Per
quanto, in generale, fossi ben felice di tenermi fuori dalla
politica, questa era stata la mia grande battaglia, la questione
per cui ero disposta a salire sul ring. Avevo passato ore al telefono
con senatori e deputati, cercando di convincerli che
i nostri bambini meritavano di meglio. Ne avevo parlato all'infinito
con Barack, con i suoi consiglieri e con chiunque
fosse disposto ad ascoltarmi. La nuova legge arricchiva di
frutta fresca e verdura, cereali integrali e latticini a basso contenuto
di grassi circa quarantatr milioni di pasti serviti giornalmente
nelle mense scolastiche. Regolava la vendita del
cibo spazzatura nei distributori automatici collocati all'interno
delle scuole e, nello stesso tempo, istituiva un finanziamento
da erogare agli istituti che creavano un orto e usavano
prodotti a chilometro zero. Per me, era un vero e proprio
progresso: un modo efficace per affrontare alla radice il problema
dell'obesit infantile.
Anche Barack e i suoi consiglieri si adoperarono con decisione
perch la legge passasse. Ora che i repubblicani avevano
ottenuto il controllo della Camera dei rappresentanti
nelle elezioni di medio termine, ne fece una priorit nelle
sue trattative con i parlamentari, ben sapendo che la sua capacit
di far approvare i cambiamenti legislativi sarebbe diminuita.
All'inizio di dicembre, prima dell'insediamento del
nuovo Congresso, la legge riusc a superare gli ultimi ostacoli
e, undici giorni dopo, ero al fianco di Barack, orgogliosa,
mentre la firmava, circondato dai bambini in una scuola elementare
di Washington.
Se non fossi riuscito a far passare questa legge, disse
scherzando ai giornalisti, avrei dovuto dormire sul divano.
Come avevo fatto con l'orto, anche in questo caso stavo cercando
di far crescere una realt nuova: una rete di attivisti, un
coro di voci che parlassero a sostegno dei bambini e della loro
salute. Il mio lavoro doveva affiancarsi al successo della riforma
sanitaria di Barack, l'Affordable Care Act, che divent legge
nello stesso 2010 e ampli enormemente la possibilit di accedere
a un'assicurazione sanitaria per tutti gli americani. E
adesso ero concentrata su un nuovo progetto gi avviato, il joining
Forces, questa volta in collaborazione con Jill Biden, il
cui figlio Beau era da poco tornato dall'Iraq. Anche questa
volta, la mia opera sarebbe servita a sostenere Barack nel suo
ruolo di comandante in capo.
Consapevoli che dovevamo qualcosa di pi che semplici
ringraziamenti simbolici ai membri delle nostre forze armate
e alle loro famiglie, Jill e io avevamo lavorato con un gruppo
di collaboratori per individuare modi concreti con cui sostenere
la comunit militare e darle maggior visibilit. Barack
ci aveva aperto la strada, sempre nel 2010, convocando tutte
le agenzie governative per chiedere di trovare nuove vie per
aiutare le famiglie dei militari. Io, nel frattempo, avevo preso
contatto con i pi potenti amministratori delegati del Paese
ottenendo da molti l'impegno ad assumere un numero
significativo di veterani e loro coniugi. Jill avrebbe incassato
la promessa di college ed universit di formare insegnanti e
professori che comprendessero meglio i bisogni dei figli dei
militari. Volevamo anche combattere l'incomprensione che
circondava i problemi di salute mentale di alcuni nostri soldati
dopo il ritorno a casa e avevamo in progetto di far pressione
sugli sceneggiatori e i produttori di Hollywood perch
includessero storie di militari nei loro film e spettacoli
televisivi.
I problemi a cui stavo lavorando non erano semplici, ma
comunque governabili, al contrario di molti di quelli che
trattenevano fino a tardi mio marito alla scrivania. Come
sempre da quando lo conoscevo, le ore notturne erano quelle
in cui la mente di Barack viaggiava libera da distrazioni.
Era durante queste ore tranquille che riusciva a vedere le cose
in prospettiva o ad assorbire informazioni, aggiungendo
nuovi dati alla vasta mappa mentale che si portava appresso.
Gli uscieri spesso entravano nella Sala del Trattato pi volte
nel corso di una serata per consegnare nuovi raccoglitori con
nuove carte appena prodotte dai membri dello staff, che pure
lavoravano fino a tardi negli uffici sottostanti. Se a Barack
veniva fame, un cameriere gli portava un piattino di fichi o
di frutta secca. Aveva smesso di fumare, ma spesso masticava
una gomma alla nicotina. Durante la settimana, per gran parte
delle sere restava alla scrivania fino all'una o alle due del
mattino a leggere promemoria, riscrivere discorsi e rispondere
alle e-mail, lasciando in sottofondo la TV sintonizzata
sulla rete sportiva ESPN. Faceva sempre una pausa per venire
a dare il bacio della buonanotte a me ed alle bambine.
Ormai ero abituata alla sua dedizione a un compito che
non poteva aver mai fine, quello di governare. Da anni io e
le bambine lo dividevamo con i suoi elettori e ora ce n'erano
pi di trecento milioni. Quando la sera lo lasciavo solo nella
Sala del Trattato, mi chiedevo spesso se avessero idea di
quanto fossero fortunati.
Come ultimo lavoro, di solito passata la mezzanotte,
Barack leggeva le lettere dei cittadini. Fin dall'inizio della sua
presidenza, aveva chiesto ai collaboratori che si occupavano
della corrispondenza di includere dieci lettere o messaggi
degli elettori nel raccoglitore serale, selezionandole tra le
quindicimila che riceveva quotidianamente. Le leggeva con
attenzione, scribacchiando le risposte ai margini in modo
che qualcuno dello staff potesse preparare una risposta o trasmettere
il problema al dipartimento competente. Leggeva
lettere di soldati. Di carcerati. Di malati di cancro che facevano
fatica a pagare i premi dell'assicurazione sanitaria e di
persone che avevano perso la casa per un pignoramento. Di
gay che speravano di potersi sposare legalmente e di repubblicani
che pensavano stesse portando alla rovina il Paese. Di
mamme, nonni e nipoti. Leggeva lettere di persone che lo
apprezzavano e di altre che tenevano a fargli sapere che era
un idiota.
Le leggeva tutte perch sapeva che era parte della responsabilit
che si era assunto prestando giuramento. Il suo era
un lavoro duro e solitario - a me sembrava il pi duro e solitario
del mondo -, ma sapeva che aveva l'obbligo di accogliere
tutto, di non escludere niente. Mentre noi dormivamo, lui
apriva i recinti e lasciava entrare tutto.
Il luned e il mercoled sera Sasha, che adesso aveva dieci
anni, aveva allenamento di nuoto alla piscina dell'American
University, a pochi chilometri di distanza dalla Casa Bianca.
A volte andavo a vederla cercando di infilarmi senza farmi
notare nella saletta accanto alla vasca, dove i genitori potevano
sedersi e guardare i loro figli da una vetrata.
Visitare un centro sportivo molto frequentato nelle ore di
punta rappresentava una sfida per gli agenti della mia scorta,
ma la superavano egregiamente. Quanto a me, ero diventata
un'esperta nel camminare in fretta e abbassare lo sguardo
quando attraversavo gli spazi pubblici, il che rendeva le cose
pi semplici. Sfrecciavo accanto a studenti universitari impegnati
a fare i loro esercizi con i pesi e a lezioni di Zumba in
pieno svolgimento. A volte nessuno sembrava notarmi. Altre
sentivo l'agitazione nell'aria senza nemmeno il bisogno di alzare
gli occhi, conscia del mormorio che avevo provocato,
mentre la gente sussurrava o, ogni tanto, gridava: Ehi, ma
quella  Michelle Obama!. Ma non era mai pi di un mormorio,
e cessava subito. Ero come un'apparizione, che scompare
prima che la mente possa registrarla davvero.
Le sere degli allenamenti, le sedie accanto alla piscina erano
generalmente vuote, a parte una manciata di altri genitori
che chiacchieravano pigramente o stavano attaccati ai loro
iPhone mentre aspettavano che i figli avessero finito. Io trovavo
un posto tranquillo, mi sedevo e mi concentravo sul
nuoto.
Ero contenta ogni volta che potevo vedere di sfuggita le
mie figlie nel loro mondo, libere dalla Casa Bianca, libere
dai loro genitori, negli spazi e nella rete di relazioni che si
erano create da sole. Sasha era una nuotatrice forte, era entusiasta
di nuotare a rana e stava imparando bene la farfalla.
Indossava una cuffietta blu scuro e il costume intero e faceva
diligentemente una vasca dopo l'altra, fermandosi di tanto
in tanto per ascoltare i consigli degli allenatori e chiacchierando
allegramente con le compagne di squadra durante le
pause.
Per me, in quei momenti non c'era nulla di pi gratificante
che fare da spettatrice, sedere senza essere notata dalla
gente intorno ed essere testimone del miracolo di una bambina
- la nostra bambina - che cresceva indipendente e sana.
Avevamo calato le nostre figlie nella vita strana e intensa della
Casa Bianca senza sapere quale impatto avrebbe avuto su di
loro e cosa sarebbe loro rimasto di quell'esperienza. Cercavo
di ricavare il massimo beneficio dalla finestra sul mondo a
cui avevano accesso perch mi rendevo conto che Barack e
io avevamo l'opportunit straordinaria di mostrare loro la
storia da vicino. Quando i viaggi all'estero di Barack coincidevano
con le vacanze scolastiche, lo seguivamo anche noi
tre, perch sapevamo che sarebbe stata un'esperienza educativa.
Nell'estate del 2009 le portammo a visitare il Cremlino
e il Vaticano. Nel giro di sette giorni incontrarono il presidente
russo, visitarono il Pantheon e il Colosseo e attraversarono
la Porta del non ritorno in Ghana, il punto di
partenza per un numero enorme di africani venduti come
schiavi.
Di sicuro avevano una grande quantit di informazioni da
assorbire, ma stavo imparando che ogni bambino ricava dalle
esperienze quello che pu, interpretandole nella sua prospettiva.
Al ritorno dalle vacanze Sasha aveva iniziato la terza
elementare. In autunno, mentre gironzolavo nella sua classe
in occasione della serata dei genitori, trovai un suo tema intitolato
Cosa ho fatto durante le vacanze estive, appeso al muro
insieme a quelli dei suoi compagni. Sono andata a Roma e
ho incontrato il papa, aveva scritto Sasha. Gli mancava un
pezzetto del pollice.
Non saprei dire che aspetto ha il pollice di Benedetto XVI,
se davvero gliene manca un pezzetto. Ma avevamo portato
una bambina concreta e dotata di spirito d'osservazione a
Roma, Mosca e Accra, ed ecco cosa le era rimasto. La sua visione
della storia, allora, non andava oltre la cintola.
Per quanto ci sforzassimo di creare un cuscinetto tra loro
e gli aspetti pi pesanti del lavoro di Barack, sapevo che Sasha
e Malia erano comunque esposte alla realt. Convivevano
con gli avvenimenti mondiali come pochi altri bambini:
erano abituate al fatto che in alcune occasioni le notizie avevano
origine proprio sotto il nostro tetto, che il padre veniva spesso
chiamato a fronteggiare emergenze che riguardavano l'intera
nazione, e che sempre, in qualunque circostanza, ci
sarebbe stata una parte della popolazione che lo avrebbe coperto
di insulti. Per me, era un'altra occasione in cui sentivo
la vicinanza di leoni e ghepardi.
Nel corso dell'inverno 2011, prese a circolare la notizia
che Donald Trump, conduttore di reality televisivi e investitore
immobiliare, ventilava l'ipotesi di candidarsi alla nomination
repubblicana per le presidenziali del 2012, quando
Barack si sarebbe presentato per farsi rieleggere alla scadenza
del primo mandato. In realt, sembrava che il suo scopo
fosse solo destare scalpore. Partecipava ai talk show per blaterare
critiche da incompetente contro le decisioni di Barack
in politica estera e mettere pubblicamente in dubbio la sua
cittadinanza americana. Durante la campagna presidenziale
del 2008, i cosiddetti birthers avevano cercato di alimentare
una teoria del complotto sostenendo che il certificato di nascita
hawaiano di Barack era un imbroglio e che lui, in realt,
era nato in Kenya. Trump ora si stava impegnando per riesumare
l'argomento a suon di bizzarre dichiarazioni in televisione,
insistendo che gli annunci della nascita di Barack
apparsi sui giornali di Honolulu nel 1961 erano fraudolenti
e che nessuno dei suoi compagni dell'asilo si ricordava di lui.
Nel frattempo, alcuni siti di notizie - in particolare quelli pi
conservatori - soffiavano sul fuoco di queste affermazioni
senza fondamento alla ricerca di condivisioni e like.
L'intera campagna era folle e meschina, ovviamente, ed
era impossibile non vedere l'intolleranza e la xenofobia che
la alimentavano. Ma era anche pericolosa, perch aveva lo
scopo deliberato di sobillare gli estremisti e i mattoidi. Avevo
paura delle possibili reazioni. Di tanto in tanto ero informata
dai Servizi segreti sulle minacce pi gravi che arrivavano, e
sapevo che le persone disposte a farsi sobillare non mancavano.
Cercavo di non preoccuparmi, ma a volte non potevo
farne a meno. E se una persona instabile avesse caricato un
fucile e fosse venuta a Washington? Se fosse andata a cercare
le nostre bambine? Con le sue insinuazioni rumorose e sconsiderate,
Donald Trump stava mettendo a rischio la sicurezza
della mia famiglia. E per questo non lo avrei mai perdonato.
Tuttavia, non avevamo altra scelta che scacciare le paure e
continuare a fidarci della struttura creata per proteggerci e
permetterci di vivere la nostra vita. Ormai da anni le persone
cercavano di farci passare per diversi. Noi facevamo tutto il
possibile per mantenerci al di sopra delle loro menzogne e
distorsioni, confidando che il modo in cui Barack e io vivevamo
avrebbe mostrato alla gente chi eravamo realmente.
Praticamente dal giorno in cui Barack aveva deciso di candidarsi
alla presidenza ero stata accompagnata da persone seriamente
e sinceramente preoccupate per la nostra incolumit.
Preghiamo che nessuno vi faccia del male, dicevano di solito
stringendomi la mano durante la campagna elettorale. Lo
sentivo dire da gente di tutte le razze, di tutti gli ambienti, di
tutte le et: serviva a ricordarmi quanta bont e quanta generosit
ci sono nel nostro Paese. Preghiamo tutti i giorni per
lei e la sua famiglia.
Custodivo in me le loro parole. Sentivo la protezione di
milioni di persone perbene che pregavano per la nostra sicurezza.
Io e Barack contavamo sulla nostra fede. Adesso frequentavamo
raramente la chiesa, soprattutto perch era
diventato uno spettacolo, con i giornalisti che urlavano le loro
domande mentre andavamo ad assistere al servizio religioso.
Da quando, durante la prima campagna per la
presidenza, l'indagine condotta dai media sul reverendo Jeremiah
Wright era diventata un problema per Barack, da
quando i suoi avversari avevano cercato di usare la religione
come un'arma - insinuando che fosse segretamente musulmano -
avevamo scelto di vivere la nostra fede in privato e
a casa. Pregavamo la sera prima di cena e avevamo organizzato
alcune lezioni di catechismo alla Casa Bianca per le nostre
figlie. A Washington non eravamo diventati membri di
una chiesa perch non volevamo che una congregazione dovesse
subire di nuovo gli attacchi pretestuosi che avevano colpito
la Trinity, la nostra chiesa di Chicago. Era un sacrificio,
per. A me mancava il calore di una comunit spirituale.
Spesso, la notte guardavo mio marito accanto a me nel letto
e vedevo che recitava sottovoce, con gli occhi chiusi, le sue
preghiere.
Mesi dopo che le voci dei birthers avevano cominciato ad
acquistare forza, un venerd sera di novembre un uomo parcheggi
la sua auto in un tratto chiuso di Constitution Avenue
e cominci a sparare dal finestrino con un fucile
semiautomatico, mirando ai piani alti della Casa Bianca. Un
proiettile si conficc in una delle finestre della Sala ovale
gialla, dove a volte mi piaceva prendere il t. Un altro fin in
un telaio e diversi altri rimbalzarono sul tetto. Barack e io
eravamo fuori quella sera, e cos anche Malia, ma Sasha e
mia madre erano entrambe in casa, anche se non si accorsero
di nulla e non furono nemmeno sfiorate. La sostituzione
dei vetri antiproiettile della finestra della Sala ovale gialla richiese
settimane di lavoro e spesso mi ritrovavo a fissare il
tondo cratere lasciato dal proiettile, che mi ricordava quanto
fossimo vulnerabili.
In generale, capivo che per tutti noi era meglio non ammettere
il rischio n soffermarci sul pericolo, persino quando gli
altri si sentivano in dovere di farcelo notare. Malia, alla Sidwell,
avrebbe finito per entrare nella squadra di tennis delle superiori,
che si allenava sui campi della scuola in Wisconsin
Avenue. Un giorno che era l, la madre di un altro studente
l'avvicin, e indicando la via trafficata che affiancava i campi,
le chiese: Non hai paura a stare qui?.
Mia figlia, crescendo, imparava ad usare la propria voce e
scopriva come presidiare a modo suo i confini quando ne
aveva bisogno. Se mi sta chiedendo se penso ogni giorno alla
mia morte, rispose con tutta la gentilezza di cui era capace,
la risposta  no.
Un paio d'anni dopo, la stessa madre sarebbe venuta da
me in occasione di un incontro con i genitori per consegnarmi
le sue sincere scuse scritte. Mi disse di aver capito subito
di aver commesso un errore, inducendo preoccupazione in
una ragazza che comunque non poteva farci nulla. Fu importante,
per me, che ci avesse pensato cos tanto. Nella risposta
di Malia aveva sentito sia la sua resilienza sia la sua vulnerabilit,
un'eco di tutto quello con cui convivevamo e che cercavamo
di tenere a bada. Aveva anche capito che l'unica cosa
che poteva fare nostra figlia, quel giorno e tutti i giorni che
sarebbero venuti, era tornare sul campo e colpire un'altra
pallina.
Ogni sfida, ovviamente,  relativa. Sapevo che le mie figlie
godevano di vantaggi che la maggior parte delle famiglie non
poteva nemmeno sognare. Vivevano in una bellissima casa,
avevano cibo abbondante sulla tavola, adulti affezionati intorno
e nient'altro che incoraggiamenti e risorse quando si
trattava di istruzione. Investivo tutto quello che avevo in Malia
e Sasha e nella loro crescita, ma, in quanto first lady, ero
consapevole di avere un obbligo pi ampio. Sentivo di essere
in debito con tutti i bambini, e in particolare con le bambine.
Parte di questa sensazione era dovuta alle reazioni della gente
alla storia della mia vita, alla loro sorpresa nell'apprendere
che una ragazza nera di un quartiere disagiato aveva frequentato
universit della Ivy League, e fatto carriera ad alto livello
per poi finire alla Casa Bianca. Capivo che la mia era una traiettoria
inusuale, ma non c'era nessuna buona ragione perch
dovesse continuare a esserlo. Molte volte, nella mia vita,
mi ero ritrovata ad essere l'unica donna di colore - o persino
l'unica donna, punto - in una sala riunioni o in un consiglio
di amministrazione o tra i vip a una festa. Se ero la prima ad
avere accesso a questi ambienti, volevo fare in modo di non
essere l'ultima, di far s che ce ne fossero altre dopo di me.
Come risponde tuttora mia madre, nemica dichiarata di ogni
iperbole, ogni volta che qualcuno comincia ad esaltarsi per
me e Craig e per i traguardi che abbiamo raggiunto: Non
sono niente di speciale. Il South Side  pieno di ragazzi come
loro. Dovevamo solo aiutarli a entrare in quelle stanze.
La parte importante della mia storia, lo sapevo benissimo,
non risiedeva tanto nel valore superficiale dei miei traguardi,
quanto in ci che avevano alla base: le molte, piccole attenzioni
che avevo ricevuto nel corso degli anni e le persone che
nel corso del tempo avevano contribuito a costruire la mia
fiducia in me stessa. Ricordavo ognuno di loro, tutti quelli
che mi avevano incitato ad andare avanti facendo del proprio
meglio per vaccinarmi contro le offese e le umiliazioni che
avrei certamente incontrato nei luoghi verso cui ero diretta,
tutti quegli ambienti forgiati per e da persone che non erano
n nere n donne.
Pensavo alla mia prozia Robbie e alla perfezione che esigeva
nelle sue lezioni di piano, a come mi aveva insegnato a
tenere alto il mento e suonare il mio pezzo dall'inizio alla
fine su un pianoforte a coda, anche se non avevo mai visto
altro che un piano verticale con i tasti scheggiati. Pensavo a
mio padre che mi aveva insegnato a lanciare una palla da
football, esattamente come aveva fatto con Craig. C'erano il
professor Martnez e il professor Bennett, i miei insegnanti
alla Bryn Mawr, che non avevano mai stroncato le mie opinioni.
C'era mia madre, il mio sostegno pi solido, che con
la sua vigilanza mi aveva sottratto a una seconda elementare
in cui mi sarei annoiata senza imparare nulla. A Princeton
c'era stata Czerny Brasuell, che con il suo incoraggiamento
aveva nutrito in nuovi modi il mio intelletto. E, agli inizi della
mia carriera, avevo conosciuto, tra gli altri, Susan Sher e Valerie
Jarrett che mi avevano insegnato cosa vuol dire essere
una madre che lavora e mi avevano aperto una porta dopo
l'altra, certe che avessi qualcosa da offrire. E che, a distanza
di anni, erano ancora delle care amiche e colleghe.
Erano persone che per lo pi non si conoscevano tra loro
e non avrebbero mai avuto occasione di incontrarsi (con
molti di loro avevo anch'io perso i contatti da tempo). Ma
per me formavano una costellazione importante. Erano coloro
che mi avevano incoraggiato, che avevano creduto in
me, il mio personale coro gospel che cantava senza sosta S,
ragazza mia, ce l'hai fatta!
Non l'avevo mai dimenticato. Avevo cercato, fin da quando
avevo esordito in uno studio legale, di ripagare il mio debito
incoraggiando la curiosit quando la vedevo, coinvolgendo i
giovani in discussioni importanti. Se un'assistente mi faceva
una domanda sul suo futuro, aprivo la porta del mio ufficio e
le parlavo del mio percorso o le offrivo qualche consiglio. Se
qualcuno aveva bisogno di una guida o di un aiuto per stabilire
un contatto, facevo quanto era nelle mie possibilit per offrirglieli.
Pi tardi, nel periodo in cui lavoravo da Public Allies,
fui testimone dei benefci che si ricavano dalla vicinanza di
mntori pi istituzionali. Sapevo per esperienza diretta che 
importante incontrare una persona che dimostri un vero interesse
per i tuoi studi e per il tuo sviluppo, anche se solo per
dieci minuti in una giornata molto piena.  importante soprattutto
per le donne, per le minoranze, per chiunque corra
il rischio di essere dimenticato in fretta dalla societ.
Pensando a tutto questo, avevo avviato un programma di
leadership e mntoring alla Casa Bianca, invitando venti studentesse
del secondo e terzo anno delle scuole superiori di
Washington a partecipare a incontri mensili che comprendevano
chiacchierate informali, visite guidate e sessioni su
argomenti quali la padronanza dei concetti di base della finanza
e la scelta di una carriera. Era un programma che realizzammo
in forma quasi completamente riservata, per
evitare di dare le ragazze in pasto alla stampa.
Abbinammo ciascuna di loro con un mntore donna che
avrebbe instaurato una relazione personale, condividendo le
proprie risorse e la propria storia. Tra questi mntori c'erano
Valerie, Cris Comerford, la prima donna dirigente della Casa
Bianca, Jill Biden e alcune funzionarie di grado elevato che
lavoravano sia nella West sia nella East Wing. Le studentesse
erano segnalate dai presidi o dagli uffici per l'orientamento
delle loro scuole e sarebbero rimaste con noi fino al diploma.
Avevamo ragazze provenienti da famiglie di militari, di immigrati,
un'adolescente gi madre, una che viveva in un rifugio
per senzatetto. Erano tutte giovani donne brillanti e
curiose. Non diverse da me. Non diverse dalle mie figlie. Col
passare del tempo le osservavo formare nuove amicizie,
trovare un'intesa tra loro e con gli adulti che le circondavano.
Passavo ore a parlare con loro, sedute in un grande cerchio,
sgranocchiando popcorn e scambiandoci idee sulle domande
di ammissione al college, sull'immagine esteriore, sui ragazzi.
Non c'erano argomenti proibiti. Ridevamo un sacco.
Soprattutto, speravo che loro potessero portare nel futuro
proprio questo: la naturalezza, il senso di comunit, l'incoraggiamento
a parlare ed a farsi sentire.
Desideravo per loro quello che desideravo per Sasha e Malia:
che imparando a sentirsi a proprio agio e sicure di s alla
Casa Bianca continuassero poi a sentirsi a proprio agio e sicure
di s in ogni stanza, sedute a ogni tavolo, a far sentire la
propria voce in qualunque gruppo.
Vivevamo dentro la bolla della presidenza da pi di due
anni, ormai. Cercavo nuovi metodi per ampliarne il perimetro.
Barack e io continuavamo ad aprire la Casa Bianca ad un
numero sempre maggiore di persone, soprattutto ai bambini,
nella speranza di rendere il suo splendore pi accogliente,
portando una nota di vivacit nel formalismo e nella
tradizione. Ogni volta che dei dignitari stranieri venivano per
una visita di Stato invitavamo i bambini delle scuole per osservare
la pompa di una cerimonia ufficiale di benvenuto e
assaggiare il cibo che sarebbe stato servito al pranzo di Stato.
Quando era in programma uno spettacolo serale chiedevamo
ai musicisti di arrivare prima per partecipare a un laboratorio
con i giovani. Volevamo sottolineare l'importanza di
far entrare i bambini in contatto con l'arte, mostrare che non
era un lusso ma una necessit per completare la loro esperienza
educativa. Era bello vedere i ragazzi delle superiori
mischiarsi con artisti contemporanei come John Legend,
Justin Timberlake e Alison Krauss, o con leggende del calibro
di Smokey Robinson e Patti LaBelle. Per me, era un ritorno
al modo in cui ero stata cresciuta: il jazz a casa di Southside,
i saggi di piano e il Laboratorio dell'operetta della mia prozia
Robbie, le visite ai musei del centro con i miei genitori e
Craig. Sapevo quanto l'arte e la cultura contribuiscono allo
sviluppo di un bambino. E poi cos mi sentivo a casa. Barack
e io battevamo il tempo in prima fila ad ogni spettacolo.
Persino mia madre, che di solito nelle occasioni pubbliche non
si faceva vedere, scendeva sempre nella Sala di ricevimento
quando si faceva musica.
Aggiungemmo anche esibizioni di danza e di altre discipline
invitando artisti emergenti a presentare nuove opere.
Nel 2009 avevamo organizzato, per la prima volta nella storia
della Casa Bianca, una Serata della poesia, della musica e della
parola parlata, in cui un giovane compositore di nome Lin-Manuel
Miranda lasci sbalorditi tutti noi che ascoltavamo
con un pezzo tratto da un suo progetto ancora agli albori,
un concept album sulla vita di qualcuno che secondo me
incarna l'hip-hop... uno dei padri fondatori degli Stati Uniti,
Alexander Hamilton.
Ricordo di avergli stretto la mano dicendogli: Ehi, buona
fortuna con questa cosa su Hamilton.
Ogni singolo giorno, senza eccezioni, vivevamo un infinito
numero di esperienze. Bellezza, fascino, eccellenza, dolore,
speranza. Tutto procedeva in parallelo, e intanto avevamo
due figlie che cercavano di vivere le loro vite a prescindere
da quello che accadeva a casa. Facevo quanto potevo perch
io e le bambine non perdessimo il contatto con il mondo di
tutti i giorni. Il mio obiettivo era quello di sempre: trovare la
normalit dove potevo, ritagliarmi degli spazi di vita ordinaria.
Durante le stagioni di calcio e lacrosse, assistevo a molte
partite in casa delle squadre di Sasha e Malia, prendendo posto
a bordo campo accanto agli altri genitori, declinando
gentilmente ogni richiesta di foto, anche se ero sempre felice
di chiacchierare. Quando Malia cominci a giocare a tennis,
guardavo i suoi incontri quasi sempre attraverso il finestrino
di un veicolo dei Servizi segreti parcheggiato discretamente
vicino al campo. Non volevo essere un elemento di distrazione:
uscivo solo quando aveva finito, per abbracciarla.
Quanto a Barack, avevamo rinunciato del tutto alla normalit
o a un'idea di leggerezza nei suoi spostamenti. Partecipava
alle cerimonie scolastiche ed alle manifestazioni
sportive delle bambine quando ne aveva l'opportunit, ma
le sue possibilit di non farsi notare erano limitate e la presenza
della sua scorta tutt'altro che discreta. Lo scopo della
scorta, anzi, era proprio di farsi percepire, per trasmettere
al mondo il messaggio che nessuno poteva colpire il presidente
degli Stati Uniti. Per ovvie ragioni, ne ero ben felice.
Ma sulle norme della vita famigliare il dispositivo di sicurezza
pesava anche troppo.
Lo stesso deve aver pensato Malia un giorno in cui Barack
e io andammo con lei ad assistere a uno spettacolo di Sasha
alla Sidwell. Stavamo attraversando un cortile all'aperto, dove
un gruppo di bambini dell'asilo era nel bel mezzo dell'intervallo.
Alcuni si dondolavano appesi alle barre di una struttura
per arrampicarsi, altri correvano intorno ai giochi. Non sono
sicura che i bambini avessero notato la squadra di tiratori
scelti tutti vestiti di nero sul tetto dell'edificio scolastico, con
i fucili d'assalto in bella vista. Malia per li not.
Fece scorrere lo sguardo dai tiratori ai bambini, poi lo rivolse
a suo padre, un'occhiata canzonatoria. Veramente,
pap? disse. Sul serio?
Barack sorrise ed alz le spalle. Non poteva nascondere la
seriet del suo lavoro.
A dire il vero, nessuno di noi usciva mai dalla bolla. La bolla
seguiva ognuno di noi, individualmente. Dopo aver negoziato
con i Servizi segreti, Sasha e Malia riuscivano a fare cose
come andare ai bat mitzvah delle loro amiche, lavare le auto
per raccogliere fondi per la scuola e persino andare a spasso
al centro commerciale, sempre con gli agenti e spesso con
mia madre al sguito, ma almeno potevano muoversi come
i loro coetanei. Gli agenti di Sasha, tra cui Beth Celestini e
Lawrence Tucker - che tutti chiamavano L. T. -, erano ormai
presenze fisse molto amate alla Sidwell. I bambini chiedevano
a L. T. di spingerli sull'altalena durante la ricreazione.
Quando si festeggiavano i compleanni a scuola, le famiglie
spesso mandavano dolci anche per loro.
Tutti noi, col passare del tempo, entravamo sempre pi in
confidenza con i nostri agenti. Preston Fairlamb era allora il
capo della mia scorta e Allen Taylor, gi con me durante la
campagna elettorale, avrebbe poi preso il suo posto. Quando
eravamo in pubblico erano silenziosi e superattenti, ma dietro
le quinte o durante i voli si rilassavano, raccontavano storie e
barzellette. Teneroni dalla faccia di pietra, li chiamavamo
per scherzo. Con tutte le ore trascorse insieme ed i molti chilometri
percorsi diventammo veri amici. Soffrivo per i loro lutti
e festeggiavo con loro i traguardi raggiunti dai loro figli. Non
dimenticavo mai la seriet del compito che svolgevano o le denunce
che avevano dovuto fare per garantire la mia sicurezza,
e non davo mai nulla per scontato.
Come le mie figlie, coltivavo anch'io una vita privata accanto
a quella ufficiale. Avevo scoperto che c'erano alcuni
modi per mantenere un profilo basso quando ne avevo bisogno,
anche grazie alla flessibilit dei Servizi segreti. Invece
di obbligarmi a viaggiare con un corteo di auto, a volte mi
permettevano di muovermi a bordo di un furgoncino senza
contrassegno e con una scorta meno nutrita. Ogni tanto, con
un blitz, riuscivo a entrare in un negozio a comprare qualcosa
e a uscire prima che qualcuno si accorgesse che ero l.
Dopo che Bo sventr o fece a brandelli l'ennesimo giochino
per cani acquistato dai collaboratori che di solito facevano
la spesa per noi, una mattina lo portai personalmente da PetSmart
ad Alexandria. E per un momento assaporai uno
splendido anonimato gironzolando alla ricerca di un giocattolo
da mordere, mentre Bo - che, come me, era entusiasta
della novit rappresentata da quell'uscita - mi seguiva al
guinzaglio.
Ogni volta che andavo da qualche parte senza scatenare
un putiferio era una piccola vittoria, un esercizio di libero
arbitrio. Sono un'amante dei dettagli, dopotutto. Non avevo
dimenticato quanto possa essere gratificante spuntare una
lista della spesa. Sei mesi circa dopo la visita a PetSmart, feci
un vertiginoso salto in incognito da Target, indossando occhiali
da sole ed un berretto da baseball. Gli agenti erano in
pantaloncini e sneaker, si erano messi in tasca gli auricolari
e facevano del loro meglio per non farsi notare mentre seguivano
passo passo dentro il negozio me e la mia assistente
Kristin Jones. Non saltammo nemmeno una corsia. Scelsi
una crema per viso Oil of Olay e nuovi spazzolini da denti.
Acquistammo foglietti di ammorbidente per l'asciugatrice ed
un detersivo per biancheria per Kristin e io trovai un paio di
giochi per Sasha e Malia. E, per la prima volta in molti anni,
riuscii a scegliere il biglietto da dare a Barack per il nostro
anniversario.
Tornai a casa euforica. A volte, le cose pi insignificanti
parevano immense.
Col passare del tempo aggiunsi nuove avventure alla mia
routine. Cominciai a incontrare a cena alcune amiche, al ristorante
o a casa loro. A volte andavo al parco e facevo lunghe
passeggiate sulla riva del Potomac. Durante queste escursioni,
gli agenti camminavano davanti e dietro di me, ma a distanza
e senza dare nell'occhio. Anni dopo, avrei iniziato a lasciare
la Casa Bianca per frequentare lezioni di ginnastica nei centri
SoulCycle e Solidcore della citt, scivolando nella stanza
all'ultimo minuto e lasciandola non appena l'ora era finita per
non causare trambusto. L'attivit pi liberatoria in assoluto
risult essere lo sci, uno sport di cui avevo poca esperienza
ma che divent ben presto una passione. Approfittando degli
inverni insolitamente nevosi dei nostri primi due anni a Washington,
andai qualche volta a sciare con le bambine ed alcuni
amici in una piccola stazione sciistica chiamata - molto opportunamente -
Liberty Mountain, nei pressi di Gettysburg.
Scoprimmo che con caschi, sciarpe e mascherine potevamo
mescolarci in qualunque folla. Mentre scendevo lungo una
pista, ero all'aperto, in movimento e irriconoscibile, tutto allo
stesso tempo. Era come volare.
Mescolarsi con la gente era importante. Mescolarsi con la
gente, in realt, era tutto: un modo per sentirmi me stessa,
per restare Michelle Robinson del South Side all'interno di
un tratto di storia tanto pi esteso. Intrecciavo la mia vecchia
vita con quella nuova, i miei interessi privati con il mio lavoro.
A Washington mi ero fatta alcune nuove amiche, un paio
di madri delle compagne di classe di Sasha e Malia e persone
che avevo conosciuto svolgendo le mie mansioni per la Casa
Bianca. Erano donne a cui, pi che il mio cognome o indirizzo,
interessava la persona che ero.  buffo come sia facile
distinguere chi  l per te e chi sta solo cercando di piantare
una specie di bandiera. A volte la sera a cena con Sasha e Malia,
Barack e io parlavamo del fatto che alcuni, bambini e
adulti, si aggiravano ai margini dei nostri gruppi di amici e
sembravano un po' troppo disponibili. Assetati,
li chiamavamo noi.
Avevo imparato molti anni prima a tenermi stretti i veri
amici. Ero ancora profondamente legata al gruppo di donne
con cui mi trovavo il sabato a Chicago per far giocare i bambini,
quando loro portavano ancora i pannolini e lanciavano
allegramente il cibo dai seggioloni e noi eravamo cos stanche
che ci veniva da piangere. Erano le amiche che mi avevano
permesso di sopravvivere, portandomi la spesa quando
ero troppo impegnata per farla io, andando a prendere le
bambine a danza quando ero in arretrato col lavoro od avevo
semplicemente bisogno di staccare un momento. Alcune di
loro erano saltate su un aereo per raggiungermi durante la
campagna elettorale in posti dove non c'era niente di bello
da fare, solo per starmi vicino quando il mio equilibrio emotivo
ne aveva pi bisogno. Le amicizie al femminile, come
pu confermare ogni donna, sono fatte di mille piccole gentilezze
che ci si scambia di continuo, senza stancarsi mai.
Nel 2011 decisi di investire e reinvestire tempo ed energia
nelle mie amicizie, riunendo deliberatamente amiche vecchie
e nuove. Ogni paio di mesi, invitavo una dozzina delle
mie amiche pi care a trascorrere un fine settimana con me
a Camp David, la residenza presidenziale - una sorta di campo
estivo - in mezzo ai boschi delle montagne del Maryland
settentrionale, a un centinaio di chilometri da Washington.
Cominciai a chiamare questi incontri Boot Camp, centro
addestramento reclute, in parte perch devo ammettere che
costringevo tutte a fare ginnastica con me diverse volte al
giorno (a un certo punto cercai anche di bandire il vino e
gli snack, ma dur poco), ma soprattutto perch mi piace
l'idea di essere rigorosa quando si tratta di amicizia.
Le mie amiche sono di solito persone realizzate e superimpegnate,
molte con una vita famigliare piena e lavori di grande
responsabilit. Capivo che non era sempre facile per loro
mollare tutto e venire da me. Ma faceva parte dello scopo.
Eravamo tutte abituate a sacrificarci per i nostri figli, i nostri
mariti e il nostro lavoro. Avevo imparato, nel corso degli anni
in cui avevo cercato di trovare un equilibrio nella mia vita,
che una volta ogni tanto era giusto capovolgere l'ordine delle
priorit e preoccuparsi solo di se stessi. Ero ben felice di
farmi portabandiera di quest'idea anche per le mie amiche,
di creare una ragione - e il potere di una tradizione - perch
un gruppo di donne si rivolgesse a figli, mariti e colleghi dicendo:
Mi spiace, gente, ma questa volta penso prima a me.
I fine settimana dei Boot Camp diventarono un modo per
cercare riparo, entrare in sintonia e ricaricarci. Stavamo in
mezzo alla foresta, in baite accoglienti con le pareti rivestite
di legno, gironzolavamo sulle golf cart e andavamo in bicicletta.
Giocavamo a dodgeball, facevamo burpee e sperimentavamo
posizioni yoga come il cane a testa in gi. A volte
invitavo anche alcuni giovani membri del mio staff ed era fantastico,
nel corso degli anni, vedere Susan Sher, ormai vicina
alla settantina, fare il passo del ragno accanto a MacKenzie
Smith, la mia addetta alla pianificazione poco pi che ventenne
che aveva giocato a calcio nella squadra del college.
Mangiavamo pasti salutari cucinati dagli chef della Casa Bianca.
Eseguivamo gli esercizi sotto la supervisione del mio allenatore,
Cornell, e di diversi istruttori della Marina col viso da
bambini che ci chiamavano tutte ma'am. Facevamo un sacco
di attivit fisica e parlavamo, parlavamo, parlavamo. Condividevamo
le nostre riflessioni ed esperienze, offrendoci a vicenda
consigli o storielle divertenti o, a volte, solo la certezza, a
chi in quel momento si stava sfogando, di non essere la sola
ad avere un figlio in piena crisi adolescenziale o un capo che
non sopportava. Spesso ci davamo forza a vicenda anche solo
con l'ascolto. E quando ci salutavamo al termine di ciascun
fine settimana, giuravamo di ripeterlo presto.
Le mie amiche mi rendevano pi completa. Era sempre
stato cos e mi aspetto che le cose non cambino. Mi tiravano
su il morale ogni volta che mi sentivo a terra o frustrata o vedevo
troppo poco Barack. Mi ridavano solidit quando sentivo
la pressione del giudizio altrui, dato che tutto, dal colore
del mio smalto alla taglia dei miei fianchi, veniva esaminato
e discusso pubblicamente. E mi aiutavano a cavalcare le onde
gigantesche ed inquietanti che a volte arrivavano senza
preavviso.
La prima domenica di maggio del 2011 andai a cena con
due amiche in un ristorante del centro, lasciando a Barack e
a mia madre il compito di badare alle bambine. Il fine settimana
era stato particolarmente pieno. Quel pomeriggio Barack
era stato occupato in una raffica di briefing e avevamo
trascorso il sabato sera alla cena dei corrispondenti della Casa
Bianca, durante la quale non aveva risparmiato alcune battute
pungenti sulla carriera di Donald Trump nel programma Celebrity
Apprentice e sulle sue teorie da birther. Da dove ero seduta
io non lo potevo vedere, ma era presente anche Trump.
Durante il monologo di Barack le telecamere erano tutte puntate
su di lui, livido e impassibile.
Per noi, la domenica sera tendeva ad essere tranquilla e libera
da impegni. Le bambine erano stanche dopo un fine
settimana di sport e incontri con gli amici. E Barack, se era
fortunato, riusciva a volte a rilassarsi giocando a golf alla base
aeronautica di Andrews.
Quella sera, dopo aver chiacchierato con le mie amiche,
rientrai intorno alle dieci, salutata sulla porta da un usciere,
come sempre. Gi l, per, indovinai che stava succedendo
qualcosa, perch al piano terra della Casa Bianca c'era un'attivit
insolita per quell'ora e quel giorno della settimana.
Chiesi all'usciere se sapeva dov'era il presidente.
Penso sia di sopra, ma'am, rispose. A prepararsi per parlare
alla nazione.
Fu cos che mi resi conto che finalmente era successo. Sapevo
che eravamo vicini, ma non sapevo con esattezza quando
sarebbe avvenuto. Avevo passato gli ultimi due giorni
cercando di comportarmi in maniera del tutto normale,
fingendo di ignorare che eravamo alla vigilia di un evento molto
importante e rischioso. Dopo mesi di riunioni con i vertici
dell'intelligence e settimane di meticolosa preparazione,
dopo briefing con la sicurezza, valutazioni del rischio e una decisione
finale carica di tensione, a undicimila chilometri
dalla Casa Bianca, col favore delle tenebre una squadra di US
Navy SEAL, i corpi speciali della Marina, aveva preso d'assalto
un complesso fortificato ad Abbottabad, in Pakistan, in cerca
di Osama bin Laden.
Barack usc dalla nostra camera da letto quando entrai nel
corridoio della residenza. Indossava un abito scuro e una cravatta
rossa e aveva l'adrenalina alle stelle. Portava da mesi sulle
spalle il peso di questa decisione.
L'abbiamo preso, disse. Senza nessun ferito.
Ci abbracciammo. Osama bin Laden era stato ucciso. Nessun
americano aveva perso la vita. Barack si era assunto un
rischio enorme - di quelli che avrebbero potuto costargli la
presidenza - ed era andato tutto per il meglio.
La notizia stava facendo il giro del mondo. La gente intasava
gi le strade intorno alla Casa Bianca, riversandosi fuori
da ristoranti, hotel e abitazioni, riempiendo l'aria di grida di
giubilo. Il frastuono di tutte quelle voci crebbe talmente da
svegliare Malia. Si sentiva persino attraverso i vetri antiproiettile,
che avrebbero dovuto isolare la sua stanza da tutto ci
che avveniva fuori.
Quella sera non c'erano comunque pi un fuori e un dentro.
In tutte le citt del Paese la gente era uscita in strada,
spinta dall'impulso di stringersi, unita non solo dal patriottismo
ma dal comune dolore nato con l'11 settembre e dalla
preoccupazione che potessimo essere attaccati ancora.
Pensai a ogni base militare che avevo visitato, a tutti quei soldati
che faticavano per guarire dalle ferite, alle molte persone
che avevano un famigliare in un luogo lontano intento a proteggere
il nostro Paese, alle migliaia di bambini che avevano
perso un genitore in quel giorno orribile. Non era possibile
riportare in vita tutti quei morti, lo sapevo. Una morte non
avrebbe mai potuto rimpiazzare una vita. Non sono nemmeno
sicura che sia giusto festeggiare la morte di qualcuno. Ma
quella notte l'America visse un momento di liberazione,
l'opportunit di percepire la propria resilienza.
...
23.

Il tempo sembrava scorrere tra avvitamenti e accelerazioni
che rendevano impossibile misurarlo o tenerne traccia. Ogni
giorno era pieno di impegni. Ogni settimana, mese ed anno
trascorsi alla Casa Bianca erano pieni di impegni. Arrivavo al
venerd e dovevo sforzarmi per ricordare cos'era successo il
luned o il marted. A volte, sedevo a cena e mi chiedevo dove
fossi stata a pranzo. Persino ora ho difficolt a mettere ordine
tra i ricordi. Era tutto troppo veloce, c'era troppo poco tempo
per riflettere. Un solo pomeriggio poteva riservare un paio di
cerimonie ufficiali, diverse riunioni e una seduta fotografica.
Capitava che in una sola giornata visitassi Stati diversi o parlassi
a dodicimila persone o invitassi quattrocento bambini a fare
esercizi con me nel Prato meridionale, per poi indossare un
abito da sera e partecipare a un ricevimento. Usavo i miei giorni
liberi da impegni ufficiali per prendermi cura di Sasha e
Malia e delle loro vite, per poi ritornare a fare la first lady e
pensare ai capelli, al trucco e al guardaroba. Di nuovo risucchiata
nel vortice, sotto lo sguardo dell'opinione pubblica.
Mentre ci avvicinavamo all'anno della rielezione di Barack,
il 2012, sentivo di non potere n dover riposare. Stavo ancora
meritando la mia grazia. Pensavo spesso ai debiti che avevo
con molte persone. Portavo con me una storia, e non era
quella delle first lady e dei presidenti del passato. Avevo sempre
sentito pi affinit con la storia di Sojourner Truth che
con quella di John Quincy Adams, e Harriet Tubman mi aveva
sempre ispirato pi di Woodrow Wilson. Le battaglie di
Rosa Parks e Coretta Scott King mi erano pi familiari di
quelle di Eleanor Roosevelt o Mamie Eisenhower. Portavo
con me le loro storie insieme a quelle di mia madre e delle
mie nonne. Nessuna di queste donne avrebbe mai potuto immaginare
una vita come quella che conducevo ora io: ma avevano
sperato che la loro perseveranza potesse produrre un
mondo migliore, alla fine, per qualcuno come me. Io volevo
presentarmi al mondo in un modo che facesse onore alle
persone che lo abitavano.
Questa esigenza divenne una forma di ansia, il bisogno assoluto
di non rovinare niente. Anche se ero considerata una
first lady popolare, non riuscivo a evitare di sentirmi perseguitata
dalle critiche, dalle persone che parlavano di me
avanzando ipotesi basate solo sul colore della mia pelle.
Perci provavo pi volte i miei discorsi con l'ausilio di un gobbo
montato in un angolo del mio ufficio. Insistevo con il mio
staff affinch tutto quello che avrei dovuto fare e dire negli
eventi previsti fosse meticolosamente programmato, e i tempi
misurati in anticipo. Insistevo ancora di pi con i miei consiglieri
politici perch continuassero ad ampliare la portata
di programmi come Let's Move! e Joining Forces. Non volevo
sprecare nessuna delle opportunit che sapevo di avere, ma
a volte dovevo ricordarmi di respirare.
Barack e io eravamo entrambi consapevoli che l'imminente
campagna elettorale avrebbe portato con s altri viaggi, nuove
strategie e nuovi affanni. Era impossibile non preoccuparsi
per la rielezione. I costi erano enormi. (Barack e Mitt Romney,
l'ex governatore del Massachusetts che sarebbe alla fine
diventato il candidato repubblicano, avrebbero raccolto pi
di un miliardo di dollari a testa per far fronte alle spese delle
rispettive campagne). Dall'esito delle elezioni dipendeva praticamente
tutto, dal destino della nuova legge sull'assistenza
sanitaria alla partecipazione dell'America all'iniziativa globale
contro i cambiamenti climatici. Tutti coloro che lavoravano
alla Casa Bianca erano costretti a vivere nel limbo dell'incertezza.
Cercavo di non prendere nemmeno in considerazione
la possibilit che Barack perdesse le elezioni, ma esisteva: un
ncciolo di paura che lui e io tenevamo per noi e di cui non
osavamo parlare.
L'estate del 2011 si rivel particolarmente aspra per Barack.
Un gruppo di ostinati parlamentari repubblicani rifiutava
di autorizzare l'emissione di nuovi titoli di Stato - una
procedura relativamente di routine nota come innalzamento
del tetto del debito - a meno che lui non operasse una serie
di dolorosi tagli alla spesa sociale e sanitaria, tagli ai quali Barack
era assolutamente contrario perch avrebbero colpito
le persone maggiormente in difficolt. Nel frattempo, i dati
mensili sull'occupazione pubblicati dal dipartimento del Lavoro
evidenziavano una crescita consistente ma lenta: molti
pensavano che, nella ripresa dalla crisi del 2008, la nazione
non era ancora al punto in cui avrebbe dovuto trovarsi. E
molti attribuivano la colpa del ritardo a Barack. Nel clima di
sollievo seguito alla morte di Osama bin Laden, le sue percentuali
di consenso avevano subto un'impennata, toccando
il punto pi alto in due anni, ma appena qualche mese dopo,
in conseguenza dello scontro sul tetto del debito e delle preoccupazioni
per una nuova recessione, erano precipitate ai
minimi storici.
Quando l'agitazione era ancora agli inizi, volai in Sudafrica
per una visita programmata da tempo. L'anno scolastico
di Sasha e Malia era appena terminato, cos le portai con me,
insieme a mia madre ed ai figli adolescenti di Craig, Leslie e
Avery. Dovevo tenere il discorso di apertura ad un forum,
sponsorizzato dagli Stati Uniti, per le giovani leader africane
di tutto il continente, ma avevo un'agenda piena di incontri
legati al tema del benessere e dell'istruzione, visite a leader
locali e ai dipendenti delle sedi diplomatiche americane.
Andammo anche in Botswana, dove incontrammo il presidente,
visitammo un consultorio pubblico per sieropositivi e partecipammo
a un breve safari prima di tornare a casa.
Non ci volle molto perch tutti noi fossimo conquistati dall'energia
che il Paese emanava. A Johannesburg visitammo
il Museo dell'apartheid e ballammo e leggemmo libri con i
bambini in un centro comunitario di uno dei sobborghi neri
a nord della citt. In uno stadio di calcio di Citt del Capo
incontrammo alcuni coordinatori di comunit e professionisti
della sanit che usavano le attivit sportive giovanili per
educare i bambini sui rischi e la prevenzione del virus HIV e
dell'AIDS; e incontrammo una leggenda vivente, Desmond
Tutu, arcivescovo anglicano e attivista che aveva contribuito
a sconfiggere l'apartheid in Sudafrica. Allora aveva settantanove
anni ed era un uomo robusto dallo sguardo luminoso
e la risata irrefrenabile. Sentendo che ero allo stadio per promuovere
l'attivit fisica, insistette per fare con me le flessioni
di fronte a una folla festosa di bambini.
Durante quei pochi giorni in Sudafrica mi sembrava di volare
a un metro da terra. Era passato molto tempo dal mio
primo viaggio in Kenya, quando avevo girato in matatu con
Barack e spinto il Maggiolino scassato di Auma lungo il ciglio
di una strada polverosa. Quello che provavo era forse per
una parte jet lag, ma per altre due un sentimento pi profondo
ed esaltante. Era come essere travolti dalle correnti
della cultura e della storia, come vedere all'improvviso la nostra
relativa piccolezza nell'arco pi ampio del tempo. Davanti
ai volti delle settantasei giovani donne scelte per
partecipare al forum sulla leadership in virt del lavoro svolto
nelle loro comunit, dovetti ricacciare indietro le lacrime.
Quelle donne mi infondevano speranza. Mi facevano sentire
vecchia nel migliore dei sensi possibili. All'epoca, il 60 per
cento della popolazione africana aveva meno di venticinque
anni. Davanti a noi c'erano donne - tutte sotto i trent'anni,
alcune non arrivavano ai sedici - che stavano creando organizzazioni
non profit, che formavano altre donne perch diventassero
imprenditrici e che rischiavano la prigione perch
denunciavano la corruzione dei loro governi. E ora venivano
messe in contatto l'una con l'altra, ricevevano formazione ed
incoraggiamento. Speravo che questo incontro potesse amplificare
la loro forza.
Il momento pi surreale di tutti, per, era stato prima, al
secondo giorno del nostro viaggio. La mia famiglia e io stavamo
visitando la sede della Fondazione Nelson Mandela a
Johannesburg, guidati dalla moglie di Mandela, la celebre
attivista per i diritti civili Graa Machel, quando ci comunicarono
che Mandela stesso avrebbe avuto piacere di riceverci
a casa sua.
Ci andammo subito, ovviamente. Nelson Mandela aveva
allora novantadue anni. Era stato ricoverato per problemi
polmonari all'inizio dell'anno e mi avevano detto che di rado
riceveva ospiti. Barack lo aveva conosciuto sei anni prima,
quando era senatore e Mandela era in visita a Washington.
Da quel giorno teneva una foto incorniciata del loro incontro
appesa ad una parete del suo studio. Persino le mie figlie
- Sasha, dieci anni, e Malia, che ne avrebbe compiuti di l a
poco tredici - compresero che era una cosa importante. Perfino
la mia imperturbabile madre aveva l'aria sbalordita.
Nessun personaggio vivente aveva avuto un impatto pi significativo
del suo sul mondo, almeno dal mio punto di vista.
Era un giovane uomo, negli anni Quaranta, quando entr a
far parte dell'African National Congress e lanci la sua sfida
al governo del Sudafrica, composto esclusivamente da bianchi,
e alla sua irriducibile politica razzista. Aveva quarantaquattro
anni quando fu imprigionato per il suo attivismo e
settantuno quando venne finalmente rimesso in libert nel
1990. Dopo essere sopravvissuto a ventisette anni di privazioni
e isolamento in carcere, e aver visto molti suoi amici torturati
e uccisi durante l'apartheid, Mandela riusc a
concordare con il governo, attraverso un negoziato e non la
lotta armata, la transizione miracolosamente pacifica verso
una vera democrazia, e divent il primo presidente del nuovo
Sudafrica.
Mandela viveva in una via suburbana molto verde in una
casa di stile mediterraneo dietro muri di cemento color burro.
Graa Machel ci guid attraverso un cortile ombreggiato
dagli alberi e ci fece entrare in casa, dove suo marito era seduto
in poltrona in un'ampia stanza inondata dal sole. Aveva
i capelli candidi e radi e indossava una camicia batik marrone
e beige. Qualcuno gli aveva posato una coperta bianca sulle
ginocchia. Era circondato da diverse generazioni di parenti,
che ci accolsero con entusiasmo. Qualcosa nella luminosit
della stanza, nella loquacit della famiglia e nel sorriso del
patriarca mi ricord le mie visite da bambina a casa di mio
nonno Southside. Prima di entrare ero agitata, ma una volta
dentro mi rilassai.
La verit  che non sono sicura che il patriarca comprendesse
pienamente chi fossimo o perch ci trovassimo l. Era
un uomo molto anziano, a tratti assente, debole d'udito.
Questa  Michelle Obama! gli disse Graa Machel, chinandosi
verso di lui per farsi sentire. La moglie del presidente
degli Stati Uniti!
Oh, bello, mormor Nelson Mandela. Bello.
Mi guard con autentico interesse, anche se avrei potuto
essere chiunque. Era chiaro che riservava lo stesso calore a
ogni persona che vedeva. Il mio incontro con Mandela fu silenzioso
e intenso, forse ancora pi intenso proprio perch
silenzioso. Le parole della sua vita ormai erano state quasi
tutte pronunciate, i suoi discorsi e le sue lettere, i suoi libri
e i suoi canti di protesta erano impressi non solo nella sua
storia ma in quella dell'umanit intera. Nel breve tempo che
trascorsi con lui percepii la dignit e lo spirito che con la forza
della persuasione avevano portato l'uguaglianza l dove
non esisteva.
Cinque giorni dopo, durante una lunga notte buia, mentre
tornavamo negli Stati Uniti sorvolando l'Africa e poi l'Atlantico,
pensavo ancora a Mandela. Sasha e Malia dormivano sotto
le coperte accanto ai loro cugini. Mia madre sonnecchiava
su una poltrona l vicino. Verso il fondo dell'aereo, lo staff e
gli uomini dei Servizi segreti guardavano film e recuperavano
ore di sonno. I motori ronzavano. Io mi sentivo sola, ma non
davvero sola. Eravamo diretti a casa, dove casa era la strana e
familiare Washington, con i suoi marmi bianchi e i suoi scontri
ideologici, con tutto quello per cui dovevamo ancora combattere
e vincere. Pensai alle giovani donne africane che avevo
incontrato al forum sulla leadership, che stavano tornando alle
loro comunit per riprendere il lavoro, pronte a resistere
in mezzo a ogni sorta di tumulto.
Mandela era andato in prigione in nome dei suoi princpi.
Non aveva visto crescere i figli, e poi non aveva visto crescere
molti nipoti. E non si era lasciato vincere dall'amarezza. Aveva
continuato a credere che la parte migliore della natura
del suo Paese, a un certo punto, avrebbe prevalso. Aveva lavorato
e atteso, tollerante e senza scoraggiarsi, che ci
accadesse.
Tornai a casa spronata da quello spirito. La vita mi stava
insegnando che il progresso e il cambiamento hanno tempi
lunghi. Non due anni, non quattro, addirittura nemmeno
una vita intera. Noi stavamo piantando i semi di un cambiamento
di cui forse non avremmo visto i frutti. Dovevamo essere
pazienti.
Per tre volte, nel corso dell'autunno del 2011, Barack avanz
proposte di legge che avrebbero creato migliaia di posti
di lavoro per gli americani, anche offrendo contributi statali
per l'assunzione di insegnanti e personale di primo soccorso.
Per tre volte, i repubblicani le bloccarono prima ancora di
arrivare al voto.
La cosa pi importante in assoluto che vogliamo ottenere,
aveva dichiarato un anno prima ad un giornalista il capogruppo
della minoranza in Senato, Mitch McConnell, esponendo gli
obiettivi del suo partito,  che il presidente Obama governi
per un solo mandato. Era semplice. Lo scopo principale del
Congresso repubblicano consisteva nel fallimento di Barack.
Era evidente che non pensavano al benessere del Paese o al
fatto che la gente aveva bisogno di nuovi posti di lavoro. Prima
veniva il loro potere.
Lo trovavo demoralizzante, esasperante, a volte mortificante.
Era la politica, d'accordo, ma nella sua forma pi faziosa
e cinica, slegata da ogni obiettivo pi alto. Forse io provavo
sentimenti che Barack non si poteva permettere. Lui si concentrava
sul lavoro, senza mai - o quasi mai - perdere la fiducia:
affrontava i problemi e scendeva a compromessi dove
poteva, senza mai abbandonare il saggio ottimismo che l'aveva
sempre guidato, quello che porta a dire: Qualcuno dovr
pur farlo. Era in politica ormai da quindici anni. Io continuavo
a paragonarlo a una vecchia pentola di rame, temprata
dal fuoco, ammaccata ma sempre splendente.
Riprendere i nostri tour elettorali - come entrambi iniziammo
a fare nell'autunno del 2011 - divent una sorta di
balsamo. Ci port via da Washington e visitammo di nuovo
le varie comunit del Paese, posti come Richmond e Reno,
dove potevamo abbracciare e stringere la mano ai nostri sostenitori,
ascoltare le loro opinioni e preoccupazioni. Era
un'opportunit per sentire l'energia dell'elettorato di base,
da sempre il cuore dell'idea di democrazia di Barack, e per
ricordarci che la maggioranza dei cittadini americani era
molto meno cinica dei leader che eleggeva. Dovevamo solo
convincerli a votare. Ero stata molto delusa dalla scarsa affluenza
alle urne per le elezioni di met mandato: milioni di
persone erano rimaste a casa consegnando di fatto a Barack
un Congresso profondamente diviso che in pratica non riusciva
a legiferare.
Nonostante le difficolt, c'erano anche parecchi motivi di
speranza. Alla fine del 2011 l'ultimo soldato americano aveva
lasciato l'Iraq; in Afghanistan era in corso un graduale ritiro
delle truppe. Importanti disposizioni della riforma sanitaria
erano entrate in vigore: ora i giovani potevano usufruire pi
a lungo della polizza dei genitori e alle compagnie di assicurazione
era vietato porre un tetto di spesa alla copertura a vita
di un paziente. Tutto questo, mi ripetevo, era un passo in
avanti, un segmento di un percorso pi lungo.
Persino con un intero partito che cospirava perch Barack
fallisse, non avevamo altra scelta che restare positivi e continuare
sulla nostra strada. Era come quando quella mamma
della Sidwell, durante l'allenamento di tennis, aveva chiesto
a Malia se temeva per la sua vita. Che cosa si pu fare, in realt,
se non scendere in campo e colpire un'altra pallina?
Cos continuavamo a lavorare. Lavoravamo entrambi. Io
mi buttai sulle mie iniziative spingendo per ottenere dei risultati
concreti. Sotto il vessillo di Let's Move! collezionavamo
nuove vittorie. La mia squadra di collaboratori e io
persuademmo la Darden Restaurants, la societ capogruppo
di catene di ristoranti quali Olive Garden e Red Lobster, ad
apportare cambiamenti al genere di cibo offerto e alla sua
preparazione. Ottenemmo un impegno a rinnovare i menu,
a ridurre le calorie ed il sodio e a introdurre piatti pi salutari
per i bambini. Facemmo appello ai manager - alla loro coscienza,
ma anche ai loro profitti - convincendoli che in
America la cultura alimentare stava cambiando e aveva senso
dal punto commerciale anticipare la tendenza. La Darden
serviva agli americani quattrocento milioni di pasti l'anno.
Con quei numeri anche un minimo cambiamento - come
togliere le allettanti fotografie di bicchieri di bevande gassate
dai menu dei bambini - poteva lasciare un segno concreto.
Il potere di una first lady  uno strumento curioso,
inafferrabile ed indefinito come il ruolo in s. Eppure stavo imparando
a utilizzarlo. Non disponevo di un'autorit di tipo
esecutivo. Non comandavo truppe e non dovevo svolgere
compiti formali di diplomazia. La tradizione voleva che dispensassi
una sorta di luce delicata, lusingando il presidente
con la mia devozione, lusingando la nazione in primo luogo
senza sfidarla. Cominciavo a capire, tuttavia, che se usata con
attenzione quella luce era pi potente. La mia influenza consisteva
nell'essere una specie di curiosit: una first lady nera,
una professionista, una madre di figlie piccole. La gente sembrava
volesse adottare i miei vestiti, le mie scarpe, le mie pettinature,
ma doveva anche vedermi nel contesto di dov'ero
e perch. Stavo imparando a collegare il mio messaggio alla
mia immagine e cos potevo fare in modo che lo sguardo dell'America
andasse nella direzione che mi premeva. Potevo
indossare una mise interessante, raccontare una barzelletta
e parlare del sodio contenuto nei pasti dei bambini senza essere
mortalmente noiosa. Potevo applaudire in pubblico
un'azienda che assumeva militari oppure partecipare a una
gara televisiva di flessioni in diretta con Ellen DeGeneres (e
vincere, guadagnando in eterno il diritto di vantarmene) nel
nome di Let's Move!
Ero una persona come tante altre, e questo rappresentava
un punto di forza. Barack a volte mi chiamava Joe Public
e mi chiedeva di valutare gli slogan e le strategie elettorali
sapendo che continuavo ad appartenere alla cultura popolare,
e ne ero ben felice. Anche se ero finita in luoghi esclusivi
come Princeton e lo studio Sidley & Austin, e ora a volte
indossavo diamanti e l'abito da sera, non avevo mai smesso
di leggere la rivista People o rinunciato al piacere di una
buona sitcom. Guardavo molto pi spesso Oprah ed Ellen
che non le trasmissioni di politica come Meet the Press o Face
the Nation e ancora oggi niente mi piace di pi della soddisfazione
compiaciuta che ti lascia un reality su come trasformare
la casa.
Tutto questo per dire che vedevo modi per stabilire una relazione
con gli americani che Barack e i suoi consiglieri della
West Wing, almeno inizialmente, non scorgevano. Invece che
rilasciare interviste ai grandi giornali o ai potenti canali di notizie,
cominciai a incontrare influenti mamme blogger che
raggiungevano un enorme pubblico femminile sintonizzato
sulla stessa lunghezza d'onda. Osservando i collaboratori pi
giovani armeggiare con i loro telefonini, vedendo Malia e Sasha
che iniziavano a ricevere le notizie e chattare con i loro
compagni delle superiori attraverso i social, mi resi conto che
anche l esisteva un'opportunit da sfruttare. Postai il mio primo
tweet nell'autunno del 2011 per promuovere il programma
Joining Forces e poi lo vidi sfrecciare nell'etere, lo strano
e sconfinato luogo dove la gente trascorreva una parte sempre
maggiore del proprio tempo.
Fu una rivelazione. Tutto questo fu una rivelazione. Stavo
scoprendo che con il mio soft power potevo essere forte.
Se i giornalisti e le telecamere della televisione volevano
seguirmi, allora li avrei condotti dove volevo io. Per esempio,
a vedere me e Jill Biden dipingere una parete in un'anonima
casetta a schiera nella zona nordoccidentale di Washington.
In s, non c'era nulla di interessante in due signore con il
rullo in mano, ma eravamo un'esca.
Quell'esca attir tutti davanti alla casa del sergente di sanit
Johnny Agbi, che aveva venticinque anni quando, in Afghanistan,
il suo elicottero da trasporto era stato attaccato. Ne era
uscito con la spina dorsale frantumata e lesioni cerebrali che
avevano richiesto una lunga riabilitazione al Walter Reed. Il
primo piano di casa sua era stato riadattato per ospitare la sua
sedia a rotelle - la soglia allargata, il lavandino della cucina
abbassato - grazie all'impegno congiunto di un'organizzazione
non profit chiamata Rebuilding Together, Ricostruire insieme,
e della societ proprietaria dei negozi Sears e Kmart.
Quella del sergente Agbi era la millesima di case simili, ristrutturate
adattandole alle esigenze dei veterani. Le telecamere
ripresero tutto: il soldato, la casa, la buona volont e l'energia
riversate nell'impresa. I giornalisti non intervistarono solo me
e Jill, ma anche il sergente Agbi e le persone che avevano fatto
tutto il lavoro materiale. Per me, era cos che avrebbe dovuto
essere. Era qui che doveva posarsi lo sguardo.
Il giorno delle elezioni - il 6 novembre 2012 - tenni dentro
di me e in silenzio le mie paure. Barack, le ragazze e io eravamo
ritornati a Chicago, nella nostra casa in Greenwood Avenue,
sospesi come in purgatorio in attesa che un'intera
nazione decidesse se accettarci o respingerci. Quel voto per
me era pi carico di significato di ogni altro mai prima di allora.
Sembrava un referendum non solo sull'azione politica
di Barack e sullo stato del Paese, ma sul suo carattere, sulla nostra
presenza alla Casa Bianca. Le nostre figlie si erano create
una rete di amicizie solide ed un senso di normalit che non
volevo stravolgere di nuovo. E io, dopo aver dedicato quattro
anni di vita famigliare alla nazione, ero ormai cos impegnata
che era impossibile non mettere tutto un po' sul personale.
La campagna aveva esaurito le nostre forze persino pi del
previsto. Senza perdere un colpo nel mio lavoro nell'mbito
delle varie iniziative avviate, avevo partecipato agli incontri
scuola-genitori, controllato i compiti delle ragazze e tenuto
in media tre comizi al giorno, ognuno in una citt diversa,
per tre giorni alla settimana. Il ritmo di Barack era stato ancora
pi snervante. I sondaggi indicavano costantemente che
il suo vantaggio su Mitt Romney era minimo. A peggiorare
la situazione, aveva fatto fiasco nel loro primo dibattito in ottobre,
scatenando un'ondata di preoccupazione tardiva tra i
finanziatori e i consiglieri. La stanchezza era visibile sul volto
dei nostri infaticabili collaboratori. Anche se tentavano di
non darlo mai a vedere, erano sicuramente turbati dalla possibilit
che Barack fosse costretto ad andarsene nel giro di
un paio di mesi.
Barack non perse mai la calma per tutta la campagna,
anche se vedevo su di lui le conseguenze di quella pressione.
Durante le settimane finali cominci a sembrare un po' pallido
e persino pi magro del solito e masticava la sua gomma
alla nicotina con vigore inusuale. Lo osservavo con la preoccupazione
di una moglie mentre cercava di fare tutto: tranquillizzare
gli apprensivi, portare a termine la campagna e
governare la nazione, comprese la risposta a un attacco terroristico
contro alcuni diplomatici americani a Bengasi, in
Libia, e la gestione di un massiccio intervento federale in vista
dell'uragano Sandy, che si abbatt sulla costa atlantica degli
Stati Uniti una settimana prima delle elezioni.
Quella sera, mentre i seggi sulla East Coast cominciavano
a chiudere, salii al terzo piano di casa nostra dove avevamo
allestito un salone per capelli e trucco in vista della parte
pubblica della serata, che avrebbe avuto inizio di l a poco.
Meredith aveva stirato e preparato gli abiti per me, mia madre
e le ragazze. Johnny e Carl si stavano occupando dei miei
capelli e del mio trucco. Tenendo fede alla tradizione, in
mattinata Barack era uscito a giocare a basket e poi si era ritirato
nello studio a dare gli ultimi ritocchi ai suoi discorsi.
Al terzo piano avevamo un televisore, ma lo lasciai spento
apposta. Se c'erano novit, buone o cattive, volevo sentirle
direttamente da Barack o da Melissa o da qualcuno che mi
era vicino. Le chiacchiere dei conduttori televisivi con le loro
cartine elettorali interattive mi davano sempre sui nervi. Non
volevo i dettagli: volevo solo sapere che sentimento avrei dovuto
provare.
Erano le otto di sera sulla East Coast, vale a dire che sarebbero
dovuti arrivare i primi risultati. Presi il mio BlackBerry
e inviai e-mail a Valerie, Melissa e Tina Tchen, che dal 2011
era diventata il capo del mio staff, chiedendo notizie.
Passarono quindici minuti, poi trenta, e nessuno rispondeva.
Nella stanza pareva aleggiare uno strano silenzio. Mia
madre era in cucina a leggere una rivista. Meredith stava preparando
le ragazze per la serata. Johnny mi passava la piastra
sui capelli. Ero paranoica o le persone non mi guardavano
negli occhi? Sapevano qualcosa di cui io ero all'oscuro?
Col passare dei minuti la mia testa cominci a pulsare. Sentii
che stavo perdendo l'equilibrio. Non osavo accendere il
televisore, supponendo all'improvviso che le notizie sarebbero
state brutte. In situazioni simili ero solita scacciare i pensieri
negativi e attaccarmi a quelli buoni finch non ero proprio
costretta a confrontarmi con una realt spiacevole.
Tenevo la mia fiducia rinchiusa in una cittadella in cima ad una
collina nel mio cuore. Ma pi il BlackBerry restava silenzioso
sulle mie ginocchia, pi sentivo che le mura cominciavano a
sgretolarsi, i dubbi a scatenarsi. Forse non avevamo lavorato
abbastanza. Forse non meritavamo un altro mandato. Presero
a tremarmi le mani.
Stavo per impazzire dall'ansia quando Barack sal a passo
svelto le scale con il suo vecchio sorriso fiducioso. Si era gi
lasciato le preoccupazioni alle spalle. Stiamo suonandogliele,
disse. Sembrava sorpreso che non lo sapessi gi.  praticamente
fatta.
Salt fuori che di sotto da tutta la sera l'umore era alle stelle.
La TV sfornava in continuazione buone notizie. Il problema
era che per qualche motivo il mio BlackBerry aveva perso
la linea: i miei messaggi non erano partiti n erano stati scaricati
gli aggiornamenti che ricevevo. Avevo permesso a me
stessa di finire intrappolata nella mia testa. Nessuno sapeva
che ero preoccupata, nemmeno chi era con me nella stanza.
Quella sera Barack avrebbe vinto in tutti gli Stati in bilico
tranne in uno. Avrebbe vinto tra i giovani, le minoranze e le
donne, proprio come nel 2008. Nonostante tutto quello che
avevano fatto i repubblicani per ostacolarlo, nonostante i
molti tentativi di sabotare la sua presidenza, la sua visione
aveva prevalso. Avevamo chiesto agli americani il permesso
di continuare a lavorare - di finire con forza - e ora l'avevamo
ottenuto. Il sollievo fu immediato. Siamo bravi abbastanza?
S, certo che lo siamo.
A una certa ora, molto pi tardi, Mitt Romney telefon per
ammettere la sconfitta. Ancora una volta ci ritrovammo in
ghingheri a salutare con la mano da un palco, quattro Obama
e molti coriandoli, lieti di avere ancora quattro anni
davanti.
La certezza che deriv dalla rielezione mi rinsald. Avevamo
pi tempo per promuovere i nostri obiettivi. Potevamo
essere pi pazienti nella nostra spinta verso il progresso.
Sapevamo di avere un futuro, il che mi rendeva felice. Sasha e
Malia sarebbero rimaste nella stessa scuola; i nostri collaboratori
avrebbero conservato il loro lavoro; le nostre idee contavano
ancora. E quando quei quattro anni sarebbero passati,
avremmo davvero finito, ed era la cosa che mi rendeva pi
felice. Niente pi elezioni, niente pi sgobbate per mettere
a punto la nostra strategia o sondaggi o dibattiti o percentuali
di gradimento. Mai pi. La fine della nostra vita politica
compariva finalmente all'orizzonte.
La verit  che il futuro ci avrebbe riservato nuove sorprese,
alcune gioiose, altre tragiche. Quattro ulteriori anni alla Casa
Bianca significavano altri quattro anni in prima linea, come
simboli, a vivere in prima persona qualunque cosa capitasse
al Paese ed a dovervi reagire. Barack e io avevamo fatto campagna
elettorale con l'idea che avevamo ancora l'energia e la
disciplina necessarie per questo genere di lavoro, che avevamo
il cuore per accollarcelo. E adesso il futuro ci stava venendo
incontro, forse pi velocemente di quanto sapessimo.
Cinque settimane dopo, un uomo armato entr nella scuola
elementare Sandy Hook a Newtown, nel Connecticut, e
cominci ad ammazzare bambini.
Avevo appena terminato un breve discorso sul lato opposto
della via della Casa Bianca e avevo in programma la visita ad
un ospedale pediatrico quando Tina mi prese in disparte per
dirmi quello che era accaduto. Mentre parlavo, lei e diverse
altre persone avevano visto i titoli delle news comparire sui
loro cellulari. Avevano cercato di non tradire le loro emozioni
mentre concludevo il mio intervento.
La notizia era cos orribile e triste che facevo fatica a capire
quello che stava dicendo.
Tina era in contatto con la West Wing. Barack si trovava
nello Studio ovale da solo. Ha chiesto di te, disse. Devi
andare subito.
Mio marito aveva bisogno di me. Sarebbe stata l'unica volta
in otto anni in cui avrebbe richiesto la mia presenza in un
giorno lavorativo, l'unica volta in cui entrambi avremmo spostato
i nostri impegni per starcene insieme da soli in cerca
di un po' di conforto. Solitamente il lavoro era lavoro e la casa
casa, ma per noi, come per molte altre persone, la tragedia
di Newtown mand in frantumi ogni finestra e abbatt ogni
steccato. Quando entrai nello Studio ovale, ci abbracciammo
in silenzio. Non c'era niente da dire. Non c'erano parole.
Quello che molta gente non sa  che il presidente vede
quasi tutto od almeno  al corrente di praticamente ogni informazione
disponibile relativa al benessere del Paese. Essendo
un tipo che ha bisogno di fatti, Barack chiedeva
sempre di pi invece che di meno. Cercava di raccogliere la
visuale pi ampia e quella pi dettagliata di ogni situazione,
anche quando era orribile, in modo da offrire una risposta
davvero informata. Per come la vedeva lui, questo faceva parte
delle sue responsabilit, era lo scopo per cui era stato eletto:
guardare invece di distogliere lo sguardo, restare in piedi
quando il resto di noi sta per crollare.
Questo per dire che, quando lo vidi, gli avevano gi descritto,
con tutti i dettagli pi atroci, la spaventosa scena del delitto
alla Sandy Hook. Era gi al corrente delle pozze di sangue
sui pavimenti delle aule e dei corpi di venti bambini di prima
elementare e di sei insegnanti massacrati da un fucile semiautomatico.
Il suo shock e il suo dolore non saranno mai paragonabili
a quelli delle squadre del pronto intervento che
fecero irruzione nella scuola, per metterla in sicurezza e far
uscire i sopravvissuti alla carneficina. Non erano nulla di fronte
a quelli dei genitori costretti a un'interminabile attesa fuori
dall'edificio, nell'aria gelida, a pregare di rivedere ancora il
viso dei loro bambini. E non erano nulla in confronto a quelli
di coloro che avrebbero aspettato invano.
Eppure, quelle immagini restarono per sempre impresse
a fuoco nella sua psiche. Gli lessi negli occhi quanto gli avessero
spezzato lo spirito, quanto la fede ne avesse gi sofferto.
Cominci a descrivermelo, ma poi si ferm, rendendosi conto
che era meglio risparmiarmi ulteriore pena.
Come me, Barack ama i bambini di un amore profondo e
sincero. Oltre a essere un padre affettuoso, invitava regolarmente
dei bambini nello Studio ovale. Chiedeva il permesso
di prendere in braccio i neonati. Si illuminava ogni volta che
visitava una competizione scolastica di scienze o una gara sportiva
giovanile. L'inverno precedente aveva scoperto un genere
di divertimento del tutto nuovo per lui, quando aveva cominciato
a offrirsi volontario per fare il viceallenatore delle Vipers,
la squadra di pallacanestro della scuola media di Sasha.
La vicinanza dei bambini lo rendeva pi spensierato. Conosceva
meglio di chiunque altro la promessa perduta con
quelle venti giovani vite.
Non lasciarsi abbattere dopo Newtown fu probabilmente
la cosa pi difficile che Barack abbia mai dovuto fare. Quando
Malia e Sasha tornarono da scuola, andammo loro incontro
nella residenza e le abbracciammo strette, cercando di
mascherare il nostro bisogno disperato di toccarle. Era difficile
capire cosa dire o non dire alle nostre ragazze della sparatoria.
Sapevamo che, in tutta la nazione, i genitori erano
alle prese con lo stesso problema.
Quel giorno Barack tenne una conferenza stampa cercando
di mettere insieme parole che potessero suonare di qualche
conforto. Si asciug le lacrime mentre le macchine
fotografiche scattavano senza sosta intorno a lui, sapendo
che in verit non c'era conforto possibile. Il massimo che poteva
fare era manifestare la sua determinazione - che supponeva
sarebbe stata condivisa dai cittadini e dai politici di tutto
il Paese - a prevenire ulteriori massacri facendo approvare
leggi elementari e ragionevoli sulla vendita delle armi.
Lo vidi farsi avanti, sapendo che io non ero pronta. In quasi
quattro anni da first lady, avevo dovuto spesso fare opera di
consolazione. Troppo spesso. A Tuscaloosa, in Alabama, un
tornado aveva spazzato via in un istante immense aree della
citt, e avevo pregato con la gente rimasta senza casa. Avevo
abbracciato uomini, donne e bambini che avevano perso i loro
cari a causa della guerra in Afghanistan, a opera di un
estremista che aveva aperto il fuoco in una base dell'Esercito
in Texas o vittime della violenza nelle strade dei loro quartieri.
Negli ultimi quattro anni ero andata a trovare persone sopravvissute
a una sparatoria in un cinema in Colorado e in un tempio
sikh in Wisconsin. Durante quegli incontri avevo sempre
cercato di far vedere la parte pi serena e aperta di me, di trasmettere
la mia forza mostrandomi vicina e attenta, sedendo
in silenzio accanto al dolore degli altri. Ma due giorni dopo
la sparatoria alla Sandy Hook, quando Barack si rec a Newtown
per parlare alla veglia di preghiera per le vittime, non
riuscii ad accompagnarlo. Ero cos sconvolta che non mi restava
pi forza da trasmettere. Ero first lady da quasi quattro
anni e c'erano stati ormai troppi massacri senza senso, troppe
morti evitabili e nessun vero atto concreto per prevenirle. Che
consolazione avrei potuto offrire a chi aveva perduto un figlio
di sei anni in una sparatoria a scuola?
Come molti genitori, mi aggrappai ai miei bambini, in un
intreccio di paura e amore. Natale era alle porte e Sasha faceva
parte di un gruppo di bambine scelte per partecipare a due
rappresentazioni dello Schiaccianoci con il balletto di Mosca,
lo stesso giorno della veglia a Newtown. Barack riusc a infilarsi
in una fila in fondo e assistere alla prova generale prima di
partire per il Connecticut. Io andai allo spettacolo serale.
Guardando il balletto fui invasa da un senso di bellezza e
spiritualit, come mi accade sempre ogni volta che vedo e
ascolto quella storia, con il principe nella foresta illuminata
dalla luna e il fastoso spettacolo dei dolci turbinanti. Sasha
interpretava un topo, in calzamaglia nera, con le orecchie di
pelo e la coda, e ballava la sua parte mentre una slitta riccamente
ornata scivolava tra i fiocchi scintillanti di neve finta,
al suono meraviglioso della musica. Il mio sguardo rimase incollato
su di lei. Tutto il mio essere era colmo di gratitudine.
Sul palcoscenico a Sasha brillavano gli occhi, aveva l'aria di
chi non riesce a credere dov', come se trovasse l'intera scena
straordinaria e irreale. Ed era proprio cos, naturalmente.
Ma era ancora abbastanza piccola da potersi abbandonare a
quella magia, almeno per il momento, concedendosi di attraversare
quel paradiso dove nessuno parlava e tutti danzavano,
e c'era una vacanza ad attenderla.
Abbiate pazienza adesso, perch le cose non diventano necessariamente
pi facili. Sarebbe diverso se l'America fosse
un posto semplice con una storia semplice. Se potessi narrare
la mia parte in questa storia attraverso le lenti di ci che 
ordinato e piacevole. Se non ci fossero passi indietro. E se
ogni brutto momento alla fine non si rivelasse altro che
un'esperienza di redenzione.
L'America, tuttavia, non  cos, e nemmeno io. Non cercher
di piegare la storia che sto per raccontarvi per adattarla
a qualche idea astratta di perfezione.
Il secondo mandato di Barack si sarebbe rivelato sotto molti
aspetti pi semplice del primo. Avevamo imparato molto nel
corso dei primi quattro anni, avevamo messo le persone giuste
al posto giusto, costruito sistemi che in genere funzionavano.
Adesso, ne sapevamo abbastanza per evitare alcune inefficienze
ed alcuni piccoli errori in cui eravamo incappati la prima volta.
A cominciare dalla cerimonia dell'insediamento, nel
gennaio del 2013, quando chiesi che il palco da cui avremmo
assistito alla sfilata fosse completamente riscaldato in modo
che non ci congelassimo i piedi. Nel tentativo di conservare
le energie, quella sera partecipammo a due soli balli inaugurali
invece dei dieci a cui eravamo andati nel 2009. Avevamo
davanti a noi altri quattro anni e, se c'era una cosa che avevo
imparato, era rilassarmi e fare con calma.
Dopo il rinnovato giuramento di fedelt alla nazione, guardai
accanto a Barack i carri allegorici e le bande musicali che
sfilavano in formazione sciolta, riuscendo a godermi lo spettacolo
pi della prima volta. Dal mio punto di osservazione
privilegiato non vedevo le facce di musicisti e figuranti. Ce
n'erano a migliaia, ognuno con la propria storia. Migliaia di
altri erano arrivati a Washington per partecipare alle molte
altre manifestazioni dei giorni che avevano preceduto l'insediamento
e altre decine di migliaia di persone erano l solo
come spettatori.
In sguito, mi sarei trovata a desiderare, in modo quasi angoscioso,
di aver individuato tra la folla almeno il viso di una
persona in particolare, una flessuosa ragazza nera con un luccicante
nastro dorato nei capelli e un'uniforme blu da cheerleader,
venuta dal South Side di Chicago con la banda della
King College Prep per esibirsi in una delle manifestazioni
collaterali alla parata. Volevo credere di aver avuto l'occasione
di vederla in mezzo al fiume di persone che attraversava
la citt in quei giorni: Hadiya Pendleton, una ragazza di quindici
anni con tutto il futuro davanti a s, arrivata in bus fino
a Washington con gli altri membri della banda ed entusiasta
dell'esperienza che stava vivendo. A casa, a Chicago, Hadiya
abitava con i genitori e il fratellino a circa tre chilometri dalla
nostra casa di Greenwood Avenue. Era una studentessa modello,
che diceva alla gente che un giorno avrebbe voluto andare
ad Harvard. Aveva cominciato a organizzare la festa per
il suo sedicesimo compleanno. Amava la cucina cinese, i
cheeseburger e andare a mangiare il gelato con gli amici.
Appresi tutte queste cose qualche settimana dopo, al suo
funerale. Otto giorni dopo l'insediamento, Hadiya Pendleton
fu uccisa a colpi di pistola in un parco pubblico di Chicago,
non lontano dalla sua scuola. Lei e un gruppo di amici
si erano riparati sotto una tettoia accanto all'area giochi in
attesa che passasse il temporale. Erano stati scambiati per
membri di una gang, e un diciottenne appartenente a un'altra
gang li aveva crivellati di proiettili. Hadiya era stata colpita
alla schiena mentre cercava di mettersi al riparo. Tutto questo
alle due e venti di un marted pomeriggio.
Avrei voluto vederla viva, anche solo per avere un ricordo
da condividere con sua madre, ora che i ricordi della figlia
erano diventati all'improvviso un numero finito, brandelli
da raccogliere ed a cui aggrapparsi.
Partecipai al funerale di Hadiya perch sentivo che era la
cosa giusta da fare. Ero rimasta a casa quando Barack aveva
partecipato alla cerimonia commemorativa di Newtown, ma
adesso toccava a me. Speravo che la mia presenza avrebbe
contribuito ad attirare l'attenzione sui molti bambini e ragazzi
innocenti uccisi quasi ogni giorno a colpi d'arma da
fuoco nelle strade delle nostre citt. E che questo, unito al
dolore per la strage di Newtown, avrebbe spinto gli americani
a richiedere leggi pi ragionevoli sul possesso di armi.
Hadiya Pendleton proveniva da una famiglia unita della working
class del South Side, molto simile alla mia. In parole povere:
avrei potuto conoscerla. Avrei potuto persino essere lei, una
volta. E se quel giorno avesse fatto un'altra strada per tornare
a casa da scuola, o si fosse anche solo spostata di quindici
centimetri a sinistra invece che di quindici centimetri a destra
quando quel ragazzo aveva iniziato a sparare, lei sarebbe
potuta diventare come me.
Ho fatto tutto quello che avrei dovuto fare, mi confid
la madre con gli occhi colmi di lacrime quando ci incontrammo
prima del funerale. Cleopatra Cowley-Pendleton era una
donna calorosa con la voce soave ed i capelli corti che lavorava
al servizio clienti di una societ di valutazione del credito. Il
giorno del funerale della figlia portava un gigantesco fiore
rosa appuntato sulla giacca. Lei e il marito Nathaniel avevano
seguito con attenzione Hadiya; l'avevano incoraggiata a far
domanda alla King, una scuola superiore pubblica molto selettiva,
e si erano assicurati che passasse il minor tempo possibile
per strada; l'avevano iscritta alla squadra di pallavolo,
alla banda e al gruppo di danza liturgica della chiesa. Come
i miei genitori con me, avevano fatto sacrifici perch lei potesse
provare esperienze al di fuori del suo quartiere. La primavera
successiva sarebbe andata in Europa con la banda e
Washington le era piaciuta moltissimo.
 cos pulito l, mamma, aveva detto a Cleopatra al ritorno.
Credo che entrer in politica.
Invece, Hadiya Pendleton fu una delle tre persone che persero
la vita in tre diversi episodi di violenza armata avvenuti
in quel giorno di gennaio a Chicago. Era la trentaseiesima
persona uccisa da colpi di arma da fuoco a Chicago quell'anno,
e l'anno era iniziato da appena ventinove giorni. Non c'
bisogno di dire che quasi tutte le vittime erano nere. Nonostante
le speranze ed il suo impegno, Hadiya divent il simbolo
di tutto ci che non deve succedere.
Al suo funerale partecip una folla di persone, un'altra comunit
spezzata stretta in una chiesa, che si sforzava di accettare
lo spettacolo di un'adolescente dentro una bara foderata
di seta viola. Cleopatra si alz e parl di sua figlia. Gli amici di
Hadiya raccontarono storie su di lei, e da tutte traspariva un
sentimento generale di indignazione ed impotenza. Erano ragazzi
che non chiedevano solo perch, ma perch cos spesso?
C'erano adulti potenti, quel giorno, in quella sala - non solo
io, ma il sindaco della citt, il governatore dello Stato, il reverendo
Jesse Jackson e Valerie Jarrett, tra gli altri - tutti stretti
nei banchi, tutti lasciati a fare i conti in privato con il proprio
dolore e le proprie colpe, mentre il coro cantava con tanta forza
da far tremare il pavimento della chiesa.
Per me era fondamentale fare qualcosa di pi che consolare.
Nella mia vita avevo sentito molto spesso persone importanti
pronunciare parole vuote, puri esercizi retorici a
caldo a cui poi non seguiva alcun fatto. Ero determinata ad
essere una persona che diceva la verit, a usare la mia voce
per parlare a nome di chi di voce era privo e a non sparire
nel momento del bisogno. Capivo che, dal di fuori, le mie
apparizioni pubbliche erano teatrali, una bufera improvvisa
- e di breve durata - di auto in corteo, agenti, assistenti e
giornalisti con me al centro. Arrivavamo e ce ne andavamo.
Non mi piaceva l'effetto di quel turbine sui miei rapporti con
la gente, il modo in cui la mia presenza faceva balbettare o
ammutolire le persone, incapaci di essere se stesse. Ecco perch,
spesso, mi presentavo con un abbraccio, per rendere
l'atmosfera pi rilassata e smontare un po' la messinscena;
per far scendere tutti con i piedi per terra.
Mi sforzavo di stabilire un vero rapporto con le persone,
specialmente con quelle lontane dal mondo che abitavo ora.
Volevo condividerne il pi possibile lo splendore. Pochi giorni
dopo il funerale, invitai i genitori di Hadiya Pendleton a
sedere accanto a me in occasione del discorso di Barack sullo
stato dell'Unione e poi ospitammo la famiglia alla Casa Bianca
per la festa delle uova a Pasqua. Cleopatra, che a Chicago
divent un'attivista per la prevenzione della violenza, in sguito
torn a Washington per partecipare a un paio di incontri
sull'argomento. Mi impegnai a mantenere una
corrispondenza con le ragazze della Elizabeth Garrett Anderson
School di Londra, che tanto mi avevano commosso, per
incoraggiarle a non perdere la speranza e continuare a lavorare
sodo, anche se erano tutt'altro che privilegiate. Nel 2011
avevo portato un gruppo di trentasette ragazze della scuola
a visitare l'Universit di Oxford, non soltanto le pi brave
ma anche studentesse che, secondo i loro insegnanti, non
avevano ancora sviluppato tutto il loro potenziale. L'idea era
di far toccare loro con mano ci che avrebbero potuto raggiungere,
mostrare i risultati che avrebbero potuto conseguire
con uno sforzo di volont. Nel 2012, ospitai alla Casa
Bianca alcune studentesse della scuola durante la visita di
Stato del primo ministro inglese. Sentivo che era importante
tendere loro la mano, pi volte ed in modi diversi, per far s
che si rendessero conto che era tutto vero.
I primi successi della mia vita, lo sapevo, erano il prodotto
dell'amore costante e delle aspettative elevate da cui ero circondata
sia a casa sia a scuola. Questa consapevolezza aveva
ispirato il mio programma di mntoring alla Casa Bianca, e
adesso era al centro di una nuova iniziativa educativa che mi
preparavo a lanciare insieme al mio staff e che avevamo chiamato
Reach Higher, Punta pi in alto. Volevo incoraggiare i
ragazzi ad andare al college e, una volta l, a dedicarsi anima
e corpo allo studio. Sapevo che negli anni a venire un'istruzione
a livello universitario sarebbe diventata sempre pi essenziale
per i giovani che entravano nel mercato globale del
lavoro. Reach Higher avrebbe cercato di aiutarli su quella strada
fornendo maggior supporto ai responsabili dell'orientamento
scolastico e un accesso agevolato ai finanziamenti
federali.
Io ero stata fortunata ad avere genitori, insegnanti e mntori
che mi avevano trasmesso un messaggio semplice e coerente:
tu sei importante. Da adulta, volevo trasmettere queste
parole alla nuova generazione. Era il messaggio che davo alle
mie figlie, che avevano la fortuna di vederlo ribadito ogni giorno
dalla loro scuola e dalle loro condizioni privilegiate, ed ero
determinata a comunicarlo, nel modo pi adatto, a ogni giovane
che incontravo. Volevo essere l'opposto della tutor per
l'orientamento della Whitney Young, che senza pensarci troppo
mi aveva detto che non avevo la stoffa per Princeton.
Tutti noi, qui, pensiamo che questo sia un posto per voi,
avevo detto alle ragazze della Elizabeth Garrett Anderson sedute
- molte di loro con l'aria un po' intimorita - nel grande
salone della mensa ad Oxford, circondate da professori e studenti
che erano venuti quel giorno a fare da mntori. Dicevo
qualcosa di simile ogni volta che i bambini e i ragazzi venivano
a visitare la Casa Bianca: adolescenti che invitavamo dalla
riserva Sioux di Standing Rocks; bambini delle elementari
che venivano a lavorare nell'orto; studenti delle superiori
che partecipavano ai nostri career days, le giornate di incontri
per scoprire opportunit professionali, e ai laboratori di moda,
musica e poesia; persino i bambini e i ragazzi che abbracciavo
rapidamente ma con trasporto nei miei incontri
pubblici. Il messaggio era sempre lo stesso. Questo posto  anche
vostro. Siete importanti. Ho un'alta opinione di voi.
Un economista di un'universit inglese avrebbe poi condotto
uno studio basato sui risultati nei test delle studentesse
della Elizabeth Garrett Anderson. Scopr che il loro punteggio
complessivo aveva fatto un balzo in avanti significativo da
quando avevo cominciato a occuparmi di loro: erano passate
da una media di C a una di A. In realt, tutto il merito del
miglioramento era delle ragazze, degli insegnanti e del lavoro
quotidiano che avevano svolto insieme; ma lo studio confermava
anche l'idea che i ragazzi investono maggiormente
su se stessi se si accorgono che qualcuno investe su di loro.
Capii che mostrare ai ragazzi la mia considerazione aveva un
effetto poderoso.
Ritornai a Chicago due mesi dopo il funerale di Hadiya Pendleton.
Tina, il capo del mio staff,  un avvocato che ha trascorso
molti anni in citt. Le avevo chiesto di impegnare le sue
energie per guadagnare consensi per un'azione locale di prevenzione
della violenza. Tina, che ha un grande cuore ed una
risata contagiosa,  nata per la politica, e non avevo mai conosciuto
nessuno con la sua determinazione. Sapeva quali leve
muovere, dentro e fuori il governo, perch la nostra azione
raggiungesse la massima efficacia. Inoltre, con il suo carattere
e la sua esperienza non avrebbe permesso che la sua voce restasse
inascoltata, specialmente in ambienti dominati da uomini,
dove si ritrovava molto spesso. Per tutto il secondo
mandato di Barack si sarebbe battuta con il Pentagono e i governatori
dei vari Stati per snellire le regole di accesso al lavoro,
in modo che i reduci e i loro coniugi potessero costruirsi
pi facilmente una carriera, e avrebbe contribuito a ideare ed
organizzare un'impresa gigantesca che coinvolgeva l'intera
amministrazione, un programma incentrato sull'istruzione
femminile nel mondo.
Sulla scia della morte di Hadiya, Tina aveva messo in moto
i suoi contatti a Chicago, incoraggiando leader del mondo
degli affari e filantropi a collaborare con il sindaco Rahm
Emanuel per estendere i programmi comunali per la giovent
a rischio. Grazie ai suoi sforzi, furono raccolte donazioni
per 33 milioni in poche settimane. In una fredda giornata di
aprile, Tina e io volammo a Chicago per partecipare a una
riunione di leader di comunit sulla questione giovanile, e
anche incontrare un nuovo gruppo di bambini e ragazzi.
All'inizio dell'inverno This American Life, un programma
della radio pubblica, aveva dedicato due ore a raccontare le
storie di studenti e personale della William R. Harper Senior
High School a Englewood, un quartiere del South Side. Nel
corso dell'anno precedente, ventinove studenti o ex studenti
erano stati colpiti dai proiettili di un'arma da fuoco. Otto di
loro erano morti. Questi numeri erano sorprendenti per me
e per il mio staff, ma la triste verit era che, in tutto il Paese,
nelle scuole urbane la violenza aveva ormai raggiunto livelli
epidemici. Se bisognava discutere della situazione dei giovani,
era necessario sedersi con loro e ascoltarli.
Quando ero giovane io, Englewood era un quartiere difficile
ma non pericoloso come ora. Alle medie, andavo a Englewood
per frequentare i laboratori settimanali in un junior
college. Adesso, mentre il corteo di auto passava accanto a
file di casette trascurate e vetrine di negozi in frantumi,
terreni abbandonati ed edifici carbonizzati, mi pareva che l'unico
commercio fiorente fosse la vendita degli alcolici.
Ripensai alla mia infanzia e al mio quartiere ed al suono minaccioso
della parola ghetto. Capivo benissimo, ora, perch
il solo accenno spingesse solide famiglie del ceto medio,
preoccupate che il valore delle loro propriet crollasse, a indebitarsi
per acquistare una casa nei sobborghi residenziali.
La parola ghetto indicava un posto abitato da neri, ma anche
senza speranza. Era un'etichetta che pronosticava il fallimento
e ne accelerava l'arrivo. Faceva chiudere i negozi di
alimentari all'angolo e le pompe di benzina e minava alla base
gli sforzi di scuole ed educatori che cercavano di instillare
autostima nei bambini del quartiere. Era una parola da cui
tutti cercavano di scappare, ma poteva colpire in un istante
la comunit.
La Harper High School, un edificio di mattoni chiari con
diverse ali, era situata nel centro della parte occidentale di Englewood.
Incontrai la preside, Leonetta Sanders, un'afroamericana
sempre di corsa che era in quella scuola da sei anni, e
due assistenti sociali che si dedicavano completamente ai 510
ragazzi iscritti alla Harper, quasi tutti provenienti da famiglie
a basso reddito. Tra una lezione e l'altra era facile trovare per
i corridoi della scuola una delle assistenti sociali, Crystal Smith,
intenta a tempestare i ragazzi con frasi del tipo Sono molto
fiera di te! e Vedo che ce la stai mettendo tutta!. Voleva
esercitare un'influenza positiva e mostrare che li teneva in considerazione.
Gridava: Non ho dubbi che farai bene! ogni volta
che era certa che avrebbero fatto una buona scelta.
Quel giorno, nella biblioteca della scuola, incontrai un
gruppo di ventidue studenti - tutti afroamericani, in maggioranza
studenti degli ultimi due anni - seduti in cerchio su sedie
o divani, in pantaloni beige e camicia. Quasi tutti avevano
voglia di parlare. Descrivevano la paura che provavano ogni
giorno, anzi ogni ora, a causa delle gang e della violenza. Alcuni
spiegavano che i loro genitori erano assenti o tossicodipendenti;
un paio erano stati in riformatorio. Uno studente
del penultimo anno di nome Thomas era stato testimone della
morte di un'amica - una ragazza di sedici anni - uccisa da
un proiettile l'estate precedente. In quella stessa circostanza,
suo fratello maggiore, gi semiparalizzato per una ferita da
arma da fuoco, era stato colpito mentre era seduto fuori di
casa sulla sua sedia a rotelle. Quasi tutti i ragazzi presenti avevano
perso qualcuno - un amico, un parente, un vicino - ucciso
da un proiettile. Pochi, invece, erano stati in centro a vedere
il lungolago o visitare il molo.
A un certo punto, uno degli assistenti sociali intervenne
dicendo al gruppo: 27 gradi, sereno o poco nuvoloso!.
Tutti nel cerchio cominciarono ad annuire mestamente. Non
capivo perch. Ditelo alla signora Obama, continu. Cosa
vi passa per la testa quando vi svegliate al mattino e sentite
alla radio che ci sono 27 gradi e c' il sole?
Chiaramente conosceva gi la risposta, ma voleva che la
sentissi io.
Un giorno come quello, mi spiegarono i ragazzi della Harper,
non prometteva nulla di buono. Col bel tempo le gang
erano pi attive e le sparatorie aumentavano.
Quei ragazzi si erano adattati alla logica capovolta dettata
dal loro ambiente: restavano in casa quando faceva bello e
cambiavano strada per andare e tornare da scuola in base alle
variazioni di territori e alleanze delle gang. A volte, mi raccontarono,
prendere la via pi sicura significava camminare
in mezzo alla strada con le auto che sfrecciavano a destra e a
sinistra. Da quella posizione avevano una visuale migliore per
avvistare le risse sul punto di degenerare o i coetanei armati
pericolosi. Cos avevano il tempo di scappare.
L'America non  un posto semplice. Le sue contraddizioni
mi sconvolgono. Mi ritrovavo a raccolte di fondi dei democratici
in smisurati attici di Manhattan, sorseggiando un bicchiere
di vino con donne facoltose che affermavano di avere
a cuore i problemi dell'istruzione e dell'infanzia e poi si allungavano
verso di me con aria cospiratoria per dirmi che i
loro mariti di Wall Street non avrebbero mai votato per nessuno
che solo concepisse l'idea di aumentare le loro tasse.
E adesso ero alla Harper, ad ascoltare ragazzi che parlavano
di strategie per restare vivi. Ammiravo la loro resilienza e desideravo
disperatamente che non ne avessero tanto bisogno.
Uno di loro mi rivolse uno sguardo schietto.  bello che
lei sia qui eccetera, disse alzando le spalle. Ma che cosa
far davvero?
Per loro io rappresentavo Washington quanto il South Side.
E quando si trattava di Washington sentivo di dover dire loro
la verit.
Onestamente, cominciai, lo so che qui per voi la situazione
 pesante, ma non dovete aspettarvi che in poco tempo
arriver qui qualcuno a salvarvi. La maggior parte della gente,
a Washington, non ci prova nemmeno. Molti non sanno nemmeno
che esistete. Spiegai a quei ragazzi che non si potevano
permettere di starsene l seduti ad aspettare che le cose cambiassero.
Molti americani non volevano che le tasse aumentassero
e il Congresso non riusciva nemmeno ad approvare un
bilancio, figurarsi se sarebbero riusciti a guardare oltre le beghe
di partito; dunque non ci sarebbero stati investimenti miliardari
per l'istruzione n magiche inversioni di tendenza per
la loro comunit. Persino dopo l'orrore di Newtown, il Congresso
era determinato a bloccare ogni misura che potesse
contribuire a tenere le armi lontano dalle mani sbagliate: i parlamentari
erano molto pi interessati ai finanziamenti generosamente
versati dalla National Rifle Association per le loro
campagne elettorali che a proteggere i ragazzi. La politica era
un disastro, dissi. Su questo fronte, non avevo nulla di particolarmente
edificante o incoraggiante da annunciare.
Tuttavia, continuai, per tentare un approccio diverso, quello
che derivava direttamente dalle mie origini nel South Side:
Usate la scuola, dissi.
Quei ragazzi avevano appena trascorso un'ora a raccontarmi
storie tragiche e sconvolgenti, ma io ricordai loro che quelle
storie evidenziavano anche la loro perseveranza, la loro
autonomia e la loro capacit di superare le difficolt. Li rassicurai:
possedevano gi quello che ci voleva per riuscire. Eccoli
l, seduti in una scuola che offriva loro un'istruzione
gratita, dissi, e in quella scuola c'era un intero gruppo di
adulti impegnati e sensibili che pensavano che loro erano importanti.
Circa sei settimane dopo, grazie alle donazioni di
imprenditori e uomini d'affari locali, un gruppo di studenti
della Harper sarebbe venuto alla Casa Bianca per un incontro
personale con me e Barack e anche per trascorrere un po' di
tempo alla Howard University e farsi un'idea di cos'era il college.
Speravo che capissero che ci potevano andare.
Non avr mai la presunzione di pensare che le parole o
gli abbracci di una first lady possano da soli cambiare la vita
di qualcuno o che sia facile superare tutte le difficolt che
quei ragazzi della Harper stavano affrontando. Non esistono
storie cos semplici: lo sapevamo benissimo tutti noi che quel
giorno eravamo seduti in quella biblioteca. Ma io ero l per
smentire il vecchio stereotipo che bolla ogni ragazzo nero
dei quartieri degradati delle citt d'America, quello che pronostica
il fallimento e quindi ne affretta l'arrivo. Se avessi
avuto la possibilit di sottolineare i punti di forza di quei ragazzi
e indicargli una via per migliorare la loro condizione,
l'avrei fatto sempre. Ecco la piccola differenza di cui potevo
essere capace.
...
24.

Nella primavera del 2015, Malia annunci di essere stata
invitata al ballo studentesco di fine anno da un ragazzo che
le piaceva abbastanza. Aveva sedici anni e stava per terminare
il terzo anno alla Sidwell. Noi la consideravamo ancora
la nostra bambina, gambalunga ed entusiasta, ma ogni giorno
diventava pi adulta. Adesso era alta quasi quanto me e
cominciava a pensare di far domanda per il college. Era una
brava studentessa, curiosa e padrona di s, una collezionista
di dettagli, molto simile a suo padre. Era affascinata dai film,
dalla regia e dalla produzione cinematografica e l'estate precedente
aveva preso l'iniziativa di andare a cercare Steven
Spielberg durante una cena di gala alla Casa Bianca e l'aveva
talmente tempestato di domande che lui le aveva offerto di
far pratica in una serie TV che stava producendo. La nostra
ragazza stava trovando la sua strada.
Di solito, per ragioni di sicurezza, a Malia e Sasha non era
permesso di salire sulle auto di altre persone. Malia aveva
una patente provvisoria e guidava in citt, anche se sempre
seguita dalla macchina della scorta. Comunque, da quando
ci eravamo trasferiti a Washington e lei aveva dieci anni, non
aveva mai preso una sola volta l'autobus o la metropolitana,
tanto meno in compagnia di qualcuno che non lavorasse per
i Servizi segreti. Per la sera del ballo di fine anno, tuttavia,
avremmo fatto un'eccezione.
Quella sera, il ragazzo arriv con la sua auto. Pass il controllo
di sicurezza al cancello sudorientale, segu poi il viale
che porta alla Casa Bianca girando intorno al Prato meridionale,
quello da cui fanno il loro ingresso di solito i capi di
Stato e i dignitari in visita, e infine coraggiosamente - valorosamente -
entr nel Salone di ricevimento dei diplomatici,
vestito con un completo scuro.
Mi raccomando, fate come se niente fosse, d'accordo?
disse Malia a me e Barack mentre scendevamo in ascensore
e il suo imbarazzo cominciava gi a montare. Io ero scalza e
Barack in infradito. Malia indossava una gonna nera lunga e
un elegante top senza spalline. Era bellissima e dimostrava
sui ventitr anni.
Secondo me, riuscimmo a fare come se niente fosse, anche
se Malia ride ancora quando ne parliamo, ricordando che il
tutto fu un po' una tortura. Barack e io stringemmo la mano
al ragazzo, scattammo un paio di foto e abbracciammo nostra
figlia prima di lasciarli andare. Ci consolammo, ingiustamente
forse, col pensiero che la scorta di Malia sarebbe stata in
pratica attaccata al paraurti del ragazzo fino al ristorante dove
avrebbero cenato prima della festa e, dopo, sarebbe rimasta
a fare in silenzio il suo dovere per il resto della serata.
Dal punto di vista di un genitore di figli adolescenti, non
era male sapere che una squadra di adulti li seguiva in ogni
momento con il compito di vigilare su di loro e trarli d'impaccio
in caso di necessit. Dal punto di vista dell'adolescente,
tuttavia, era, comprensibilmente, una totale rottura di
scatole. Come per molti aspetti della vita alla Casa Bianca,
toccava a noi capire quali conseguenze tutto questo potesse
avere per la nostra famiglia: dove e come mettere dei paletti,
come trovare un equilibrio tra le esigenze della carica e i bisogni
di due ragazze che stavano imparando a maturare per
conto proprio.
Quando iniziarono le superiori, stabilimmo l'orario di
rientro serale - prima le undici, alla fine mezzanotte - e, secondo
Malia e Sasha, eravamo pi rigidi di molti genitori dei
loro amici nel farlo rispettare. Se ero preoccupata per la loro
sicurezza o per i posti in cui andavano, potevo sempre parlare
con gli agenti, ma cercavo di evitarlo. Era importante per
me che le ragazze potessero fidarsi delle persone della scorta.
Invece, mi comportavo come penso facciano molti padri e
molte madri: mi affidavo alla rete di relazioni tra genitori per
mettere insieme tutte le informazioni sui loro movimenti e
capire se c'era un adulto a sovrintendere. Naturalmente, le
nostre ragazze avevano una responsabilit supplementare:
dato il ruolo del padre, erano consapevoli del fatto che se
avessero combinato qualche guaio sarebbero finite sui giornali.
Barack e io sapevamo benissimo che era ingiusto. Tutti
e due avevamo oltrepassato i limiti e commesso stupidaggini
da ragazzi, e avevamo avuto la fortuna di farlo senza avere gli
occhi della nazione puntati su di noi.
Malia aveva otto anni quando Barack, seduto sulla sponda
del suo letto, a Chicago, le aveva chiesto se secondo lei quella
di diventare presidente era una buona idea. Penso a quanto
poco sapesse allora, quanto poco tutti noi potessimo sapere.
Una cosa era essere un bambino alla Casa Bianca, un'altra cercare
di diventare una persona adulta. Come avrebbe potuto
immaginare, Malia, che un giorno sarebbe stata seguita al ballo
di fine anno da uomini armati? O che qualcuno l'avrebbe
fotografata mentre s'infilava in bocca una sigaretta e venduto
gli scatti a siti di gossip?
Le nostre figlie sono cresciute in un momento eccezionale.
Apple ha cominciato a vendere l'iPhone nel giugno del 2007,
circa quattro mesi dopo che Barack aveva annunciato la sua
candidatura alla presidenza. Ne furono venduti un milione di
pezzi in meno di tre mesi. Prima della fine del suo secondo
mandato le vendite avevano raggiunto il miliardo. La sua  stata
la presidenza di una nuova ra, in cui sono state infrante e
demolite tutte le regole legate alla privacy, in cui i selfie, le violazioni
di dati personali, Snapchat e i Kardashian sono entrati
a far parte della quotidianit della gente. Le nostre figlie sono
state coinvolte pi di noi in questo mutamento epocale, in parte
perch i social governano la vita degli adolescenti e in parte
perch le loro abitudini le mettevano pi strettamente in contatto
con il resto del mondo rispetto alle nostre. Quando Malia
e Sasha giravano per Washington con i loro amici dopo la
scuola o nei fine settimana, notavano sconosciuti puntare la
fotocamera del telefono nella loro direzione o si trovavano a
discutere con adulti che chiedevano - talvolta addirittura pretendevano -
di farsi un selfie con loro. Lei lo sa che sono piccola,
vero? diceva a volte Malia quando rifiutava.
Barack e io facevamo il possibile per proteggere le nostre
figlie dalla eccessiva esposizione meditica, respingendo le
richieste di stampa e televisione di fotografarle o intervistarle
ed impegnandoci affinch la loro vita quotidiana si svolgesse
per la maggior parte lontana dai riflettori. Gli uomini della
scorta cercavano di dare il meno possibile nell'occhio quando
seguivano le ragazze in pubblico: indossavano pantaloni
corti e T-shirt invece degli abiti scuri e sostituivano auricolari
e microfoni da polso con normali cuffie da telefono per confondersi
meglio nei ritrovi dei teenager che ora Malia e Sasha
frequentavano. Noi disapprovavamo con forza la pubblicazione
di foto delle nostre figlie quando non riguardavano
eventi pubblici, e l'ufficio stampa della Casa Bianca lo metteva
in chiaro con i media. Melissa e gli altri miei collaboratori
diventarono i miei gendarmi: ogni volta che l'immagine
di una delle ragazze appariva su un sito di gossip alzavano il
telefono e facevano una tirata ai responsabili perch la
rimuovessero.
Salvaguardare le ragazze significava trovare un altro modo
per saziare la curiosit del pubblico nei nostri confronti.
All'inizio del secondo mandato di Barack arriv in famiglia un
nuovo cucciolo - Sunny -, una vagabonda dallo spirito libero
che non voleva saperne di lasciarsi addestrare, visto quant'era
grande la sua nuova casa. I cani aggiungevano un tocco
di spensieratezza ad ogni cosa. Erano la prova vivente, su quattro
zampe, che la Casa Bianca era una vera casa. Sapendo
che Malia e Sasha erano fondamentalmente off-limits, i nostri
responsabili della comunicazione cominciarono a richiedere
che i cani fossero presenti nelle occasioni ufficiali. La sera,
nel mio fascicolo trovavo promemoria da approvare su
cui era scritto: Ci saranno Bo e Sunny. I cani dovevano farsi
vedere con i giornalisti o con i bambini che venivano in
visita alla Casa Bianca. Sarebbero stati utilizzati durante una
conferenza stampa sul commercio estero americano o, pi
avanti, quando Barack faceva una dichiarazione a favore della
nomina a giudice della Corte suprema di Merrick Garland.
Bo fu protagonista di un video promozionale per la
festa delle uova a Pasqua. Lui e Sunny posarono con me per
alcune foto destinate a una campagna online volta a convincere
la gente a stipulare un'assicurazione sanitaria. Erano
ambasciatori eccellenti, sordi alle critiche ed inconsapevoli
della loro fama.
Come tutti i ragazzi, Sasha e Malia col tempo cominciarono
ad annoiarsi. Dal primo anno della presidenza di Barack, ogni
autunno, erano state al suo fianco, di fronte a uno stuolo di
giornalisti, mentre compiva il rituale pi ridicolo per un presidente:
la concessione della grazia ad un tacchino prima della
festa del Ringraziamento. Per i primi cinque anni avevano sorriso
e ridacchiato mentre il loro pap faceva battute melense.
Al sesto anno, tuttavia, quando loro ne avevano tredici e sedici,
erano troppo grandi persino per fingere di trovarlo divertente.
Poche ore dopo la cerimonia, comparvero in Rete le foto di
loro due con l'aria risentita - Sasha col viso di pietra, Malia
con le braccia conserte - accanto al presidente, al suo leggio
e all'ignaro tacchino. Un titolo di USA Today significativamente
riassumeva: Malia e Sasha Obama non ne possono pi del
padre che grazia i tacchini.
La loro partecipazione alla cerimonia della grazia, cos come
a ogni evento alla Casa Bianca, divent una loro scelta.
Erano adolescenti felici ed equilibrate con vite ricche di attivit
e relazioni sociali che non avevano niente a che fare
con i genitori. Con i figli, d'altra parte, i genitori possono
cercare solo di tenere la situazione pi o meno sotto controllo.
Le nostre ragazze avevano i loro programmi, e questo faceva
s che fossero meno interessate anche alle parti pi
divertenti dei nostri.
Non vuoi scendere a sentire Paul McCartney, stasera?
Mamma, per favore. No.
Nella camera di Malia c'era spesso musica a tutto volume.
Sasha e le sue amiche si erano appassionate alle trasmissioni
culinarie ed a volte invadevano la cucina della residenza per
decorare biscotti o prepararsi elaborati pasti a pi portate.
Entrambe le nostre figlie apprezzavano il relativo anonimato
di cui godevano durante le gite scolastiche o le vacanze insieme
alle famiglie dei loro amici (con gli agenti sempre a
rimorchio, peraltro). A Sasha piaceva soprattutto scegliere
le merendine all'aeroporto di Washington-Dulles prima di
salire su un aereo di linea affollato, per il semplice fatto che
era molto diverso dalla trafila presidenziale alla base di Andrews
che era la norma della nostra famiglia.
Viaggiare con noi aveva ovviamente i suoi vantaggi. Prima
della fine della presidenza di Barack le nostre ragazze avrebbero
assistito a una partita di baseball all'Avana, camminato
lungo la Grande muraglia e visitato una sera la statua del Cristo
Redentore a Rio avvolta in una magica e brumosa oscurit.
Ma poteva anche essere una sofferenza e una gran
scocciatura, specialmente quando si trattava di impegni che
non avevano niente a che vedere con la presidenza. All'inizio
del penultimo anno di scuola superiore di Malia, per esempio,
eravamo andate insieme a New York per visitare la New
York University e la Columbia. Per un po' era andato tutto
bene. Avevamo girato il campus della NYC a passo sostenuto,
grazie anche al fatto che era mattina presto e molti studenti
non si erano ancora alzati. Visitammo le aule, infilammo la
testa nella stanza di un dormitorio e chiacchierammo con
un preside di facolt prima di dirigerci in centro per pranzare
per tempo e poi iniziare il giro successivo.
Il problema  che  impossibile nascondere il corteo d'auto
di una first lady, specialmente a Manhattan nel bel mezzo
di un giorno feriale. Quando finimmo di pranzare, sul marciapiedi
davanti al ristorante si erano radunate all'incirca un
centinaio di persone. La confusione gener ulteriore confusione
e quando uscimmo fummo accolte da decine di cellulari
puntati verso di noi e da un coro di evviva. Tutta
quell'attenzione - Vieni alla Columbia, Malia! gridava la
gente - era benevola, ma non particolarmente utile a una ragazza
che stava cercando di immaginare con calma il proprio
futuro.
Capii subito cosa dovevo fare: stare in panchina, lasciare
che Malia andasse a visitare per conto suo il campus successivo,
accompagnata solo da Kristin Jones, la mia assistente
personale. Senza di me, le probabilit che Malia fosse riconosciuta
erano molto minori. Avrebbe potuto muoversi pi
in fretta e con molti meno agenti al sguito. Senza di me, forse,
poteva sembrare una ragazza qualunque capitata nel campus.
Almeno un tentativo glielo dovevo.
Kristin, che non aveva ancora trent'anni e veniva dalla California,
era come una sorella maggiore per le mie ragazze.
Era arrivata nel mio ufficio da giovane stagista e, insieme a
Kristen Jarvis, che fino a poco tempo prima era la responsabile
dei miei viaggi, aveva un ruolo fondamentale nella nostra
famiglia, perch colmava alcuni degli strani vuoti
prodotti dall'intensit dei nostri impegni e dagli intralci provocati
dalla fama. Le Kristin, come le chiamavamo, facevano
spesso le nostre veci. Erano il nostro tramite con la
Sidwell, organizzavano gli incontri e mantenevano i rapporti
con gli insegnanti, gli allenatori e gli altri genitori quando
Barack e io non ne avevamo la possibilit. Nei confronti delle
ragazze erano protettive ed affettuose: soprattutto, erano molto
pi alla moda di quanto io potessi essere agli occhi delle
mie figlie. Malia e Sasha facevano affidamento su di loro per
tutto, interpellandole su ogni cosa, dal guardaroba ai social
al crescente interesse per i ragazzi.
Mentre Malia girava per la Columbia, quel pomeriggio, io
fui condotta in un'area sicura individuata dai Servizi segreti
- era il seminterrato di un edificio del campus che ospitava
le aule - dove rimasi da sola e invisibile fino all'ora di andarcene
(e mi sarebbe piaciuto aver portato con me almeno un
libro). Faceva un po' male stare l sotto, lo ammetto. Provai
un genere di solitudine che probabilmente dipendeva meno
dal fatto di dover ammazzare il tempo in una stanza senza finestre
e pi dalla consapevolezza che, mi piacesse o no, il futuro
stava arrivando: la nostra primogenita stava crescendo
e avrebbe lasciato il nido.
Non eravamo ancora alla fine, ma io cominciavo a fare il
mio inventario. Mi ritrovavo a registrare i profitti e le perdite,
che cosa avevamo sacrificato e che cosa potevamo contare
come progresso, nel nostro Paese e nella nostra famiglia. Avevamo
fatto tutto quanto era in nostro potere? Ne saremmo
usciti intatti?
Cercavo di tornare indietro col pensiero e ricordare quando
la mia vita aveva deviato da quella prevedibile esistenza da maniaca
del controllo che avevo immaginato per me stessa, quella
con lo stipendio fisso, una casa in cui vivere per sempre, una
routine giornaliera. In quale momento avevo scelto di allontanarmi
da quella strada? Quando avevo aperto la porta al caos?
Era stato in quella sera d'estate in cui avevo abbassato il gelato
e mi ero piegata verso Barack per baciarlo la prima volta? Era
stato il giorno in cui mi ero lasciata alle spalle le mie pile ordinate
di documenti e la mia carriera allo studio legale,
convinta di aver trovato qualcosa di pi gratificante?
A volte, i miei pensieri mi riportavano nel seminterrato
della chiesa a Roseland, nel Far South Side di Chicago, dove
ero andata venticinque anni prima per accompagnare Barack
che doveva parlare a una comunit in lotta contro la disperazione
e l'indifferenza. Quella sera, ascoltando le sue
parole, udii qualcosa di familiare espresso in maniera diversa.
Io sapevo che era possibile vivere su due piani allo stesso
tempo: avere i piedi piantati nella realt ma rivolti nella direzione
del progresso. Era quello che avevo sempre fatto da
bambina in Euclid Avenue, e che la mia famiglia - come tutte
le persone che vivono ai margini - aveva fatto. Arrivi da qualche
parte costruendo una realt migliore, anche se all'inizio
quella realt esiste solo nella tua testa. O, per dirla come Barack
quella sera, puoi vivere nel mondo cos com', ma puoi
sempre lavorare per creare il mondo come dovrebbe essere.
Allora lo conoscevo solo da un paio di mesi, ma adesso capisco
che fu quello il mio punto di svolta. In quel momento,
senza dire una parola, avevo accettato una vita insieme a lui,
e una vita insieme a quell'impegno.
Dopo tutti quegli anni ero grata del progresso che vedevo.
Nel 2015 visitavo ancora il Walter Reed, ma ogni volta il numero
di soldati feriti diminuiva. Gli Stati Uniti avevano meno
uomini in territori pericolosi oltreoceano, meno ferite da curare,
meno madri con il cuore spezzato. Questo, per me, era
progresso.
Progresso erano le relazioni dei Centri per la prevenzione
ed il controllo delle malattie dove si diceva che il tasso di obesit
infantile era in via di stabilizzazione, in particolare tra i bambini
dai due ai cinque anni. Erano i duemila studenti delle
scuole superiori di Detroit che avevano festeggiato con me il
College Signing Day, una festivit che avevamo contribuito a
diffondere con il programma Reach Higher, per celebrare il
giorno in cui i giovani si impegnano a proseguire la loro istruzione
al college. Progresso era la decisione della Corte suprema
di rigettare il ricorso di chi chiedeva di abolire una parte
fondamentale della legge sulla sanit, confermando che il
maggior successo di Barack in politica interna - la garanzia di
un'assicurazione sanitaria per ogni americano - sarebbe rimasto
solido e intatto anche dopo la fine del suo mandato. Era
un'economia che all'ingresso di Barack alla Casa Bianca registrava
un'emorragia di posti di lavoro - 800000 al mese - e da
cinque anni segnava una crescita costante.
Tutto questo per me provava che, come Paese, eravamo capaci
di costruire una realt migliore. Ma vivevamo ancora nel
mondo cos com'.
Un anno e mezzo dopo Newtown, il Congresso non aveva
approvato nessuna misura per il controllo delle armi. Bin Laden
se n'era andato, ma era arrivato l'ISIS. Il tasso di omicidi
a Chicago era in aumento invece che in calo. Un adolescente
nero di nome Michael Brown era stato ucciso dal proiettile
di un poliziotto a Ferguson, nel Missouri, e il suo corpo era
rimasto abbandonato per ore in mezzo alla strada. Un adolescente
nero di nome Laquan McDonald era stato ucciso da
sedici proiettili sparati dalla polizia di Chicago, nove dei quali
l'avevano colpito alla schiena. Un dodicenne nero di nome
Tamir Rice era stato ucciso dalla polizia a Cleveland mentre
giocava con un'arma giocattolo. Un uomo, anche lui nero,
di nome Freddie Gray era morto per negligenza dei poliziotti
che lo avevano in custodia a Baltimora. Un altro nero di nome
Eric Garner era stato ucciso dalla polizia dopo essere stato
buttato a terra e afferrato per il collo durante il suo arresto
a Staten Island. Tutti questi episodi erano la prova che una
realt funesta e immutabile affliggeva l'America. Quando Barack
era stato eletto la prima volta, diversi commentatori avevano
ingenuamente dichiarato che il nostro Paese stava entrando
in un'epoca postrazziale, in cui il colore della pelle
non avrebbe avuto pi importanza. Queste erano le prove di
quanto fossero in errore. Mentre gli americani erano ossessionati
dalla minaccia del terrorismo, molti trascuravano il
razzismo e il tribalismo che stavano facendo a pezzi la nostra
nazione.
Verso la fine di giugno del 2015, Barack e io andammo a
Charleston, nella Carolina del Sud, per stare vicini a un'altra
comunit in lutto: questa volta si trattava del funerale di un
pastore, Clementa Pinckney, conosciuta semplicemente come
Madre Emanuel, era una delle nove persone uccise in
un'aggressione a sfondo razzista avvenuta poco dopo la met
del mese nella chiesa africana metodista episcopale. Le vittime,
tutte afroamericane, avevano accolto nel loro gruppo di
studi biblici un bianco ventunenne, disoccupato. Era rimasto
seduto con loro per un po', poi, mentre gli altri chinavano
la testa per pregare, si era alzato in piedi e aveva iniziato a
sparare. Secondo i testimoni, durante la sparatoria avrebbe
urlato: Sono costretto a farlo perch voi violentate le nostre
donne e vi state impossessando del nostro Paese.
Dopo aver pronunciato un commovente elogio funebre
per il reverendo Pinckney e riconosciuto il tragico momento
in cui ci trovavamo, Barack sorprese tutti guidando la congregazione
in una versione lenta e appassionata di Amazing
Grace. Era una semplice invocazione di speranza, un richiamo
a perseverare. Tutti i presenti si unirono a lui. Da pi di
sei anni Barack e io vivevamo nella consapevolezza che noi
stessi costituivamo una provocazione. In tutto il Paese, le minoranze
cominciavano a ricoprire ruoli sempre pi importanti
in politica, nell'economia e nel mondo dello spettacolo,
e la nostra famiglia era diventata l'esempio pi notevole di
questo fenomeno. La nostra presenza alla Casa Bianca era
stata festeggiata da milioni di americani, ma contribuiva anche
a suscitare in altri un senso di paura e di risentimento
intimamente reazionario. L'odio aveva radici antiche e profonde
ed era pi pericoloso che mai.
Ci convivevamo come famiglia e ci convivevamo come nazione.
E andavamo avanti, con tutta la leggerezza possibile.
Lo stesso giorno del funerale a Charleston - il 26 giugno
2015 - la Corte suprema degli Stati Uniti stabil, con una sentenza
storica, il diritto delle persone dello stesso sesso a contrarre
matrimonio in tutti e cinquanta gli Stati del Paese. Era
il culmine di una battaglia legale combattuta in modo sistematico
da decenni, Stato per Stato, tribunale per tribunale,
e che, come ogni lotta per i diritti civili, aveva richiesto la perseveranza
e il coraggio di molte persone. Nel corso della giornata,
avevo sentito i servizi sugli americani che esultavano
per la notizia. Una folla festante scandiva L'amore ha vinto!
sui gradini della Corte suprema. Le coppie affluivano
nei municipi e nei tribunali di contea per esercitare quello
che adesso era un diritto costituzionale. I locali gay anticipavano
l'orario di apertura. In ogni angolo del Paese, le bandiere
arcobaleno sventolavano nelle strade.
Tutto questo aveva contribuito a infonderci un po' di buonumore
durante quel triste giorno nella Carolina del Sud.
Quando fummo di nuovo alla Casa Bianca, ci togliemmo gli
abiti del funerale, cenammo velocemente con le ragazze e
poi Barack scomparve nella Sala del Trattato per sintonizzarsi
su ESPN e mettersi in pari col lavoro. Io stavo dirigendomi
verso il mio spogliatoio quando intravidi un bagliore violaceo
da una delle finestre della residenza rivolte a nord. Mi ricordai
allora che il mio staff aveva in mente di illuminare la Casa
Bianca con l'arcobaleno della bandiera dell'orgoglio gay.
Guardai fuori dalla finestra e vidi che una numerosa folla
di persone si era radunata dietro i cancelli di Pennsylvania
Avenue, nel crepuscolo estivo, per ammirare l'illuminazione.
Il viale settentrionale era pieno di dipendenti rimasti fino a
tardi per contemplare la Casa Bianca trasformata nella celebrazione
dell'uguaglianza del matrimonio. La sentenza aveva
toccato molte persone. Dalla mia posizione percepivo la vivacit
della folla, ma non sentivo nulla. Era un aspetto bizzarro
della nostra realt. La Casa Bianca  una fortezza
silenziosa e impenetrabile, dove i suoni sono bloccati dallo
spessore di vetri e muri. L'elicottero presidenziale poteva atterrare
su un lato dell'edificio, con le eliche che sollevavano
venti impetuosi e agitavano i rami degli alberi, ma all'interno
della residenza non sentivamo nulla. Di solito indovinavo che
Barack era tornato da un viaggio non dal rumore del suo elicottero
ma dall'odore del carburante che, a volte, riusciva a
penetrare all'interno.
Spesso ero felice di ritirarmi nel silenzio protetto della residenza
alla fine di una lunga giornata. Ma quella sera era diversa,
paradossale come lo stesso Paese. Dopo ventiquattr'ore
trascorse a piangere un morto a Charleston, osservavo una
festa gigantesca che iniziava proprio fuori dalla mia finestra.
Centinaia di persone guardavano la Casa Bianca. Volevo vederla
anch'io come la vedevano loro. All'improvviso provai
un disperato desiderio di unirmi ai festeggiamenti.
Infilai la testa nella Sala del Trattato. Vuoi scendere a vedere
l'illuminazione? chiesi a Barack. C' una marea di
gente l fuori.
Lui scoppi a ridere. Lo sai che una marea di gente non
fa per me.
Sasha era in camera sua, tutta presa dal suo iPad. Vuoi venire
a vedere le luci arcobaleno insieme a me? le chiesi.
No.
Restava solo Malia, che mi sorprese un po' perch accett
immediatamente. Avevo trovato la mia compagna d'avventura.
Saremmo uscite all'aperto, dove c'era la folla. Senza chiedere
il permesso a nessuno.
Il protocollo voleva che noi informassimo gli agenti dei
Servizi segreti che stazionavano accanto all'ascensore ogni
volta che intendevamo lasciare la residenza, si trattasse di
scendere al piano di sotto a guardare un film o di portare a
spasso i cani. Ma non quella sera. Malia e io passammo accanto
agli agenti in servizio senza guardarli negli occhi.
Oltrepassammo l'ascensore e scendemmo velocemente per una
scala stretta. Sentivo uno scalpiccio dietro di noi, segno che
gli agenti ci seguivano. Malia mi lanci un sorriso malizioso.
Non era abituata a vedermi trasgredire le regole.
Al piano di Stato, quello degli eventi ufficiali, stavamo avviandoci
verso la serie di imponenti porte che conducono al
Portico settentrionale, quando udimmo una voce.
Buonasera, ma'am! Posso aiutarla? Era Claire Faulkner,
l'usciere del turno di notte, una brunetta gentile ed affabile.
Chiaramente, gli agenti che ci seguivano l'avevano avvisata
attraverso i microfoni da polso.
Mi voltai a guardarla, senza rallentare il passo. Oh, stiamo
solo uscendo a vedere l'illuminazione, dissi.
Claire inarc le sopracciglia. Non le badammo. Davanti alla
porta, afferrai la pesante maniglia dorata e tirai. Ma la porta
non si mosse. Nove mesi prima, un tizio era riuscito, non
si sa come, a scavalcare la cancellata, a entrare proprio da
quella porta e a mettersi a correre per il piano di Stato brandendo
un coltello, prima di essere fermato da un agente dei
Servizi segreti. Di conseguenza, la sicurezza aveva preso l'abitudine
di chiuderla a chiave.
Mi voltai verso il gruppo dietro di noi, che si era ingrossato
e ora includeva un agente dei Servizi in camicia bianca e farfallino
nero. Come si apre questa porta? dissi senza rivolgermi
a qualcuno in particolare. Deve pur esserci una chiave.
Ma'am, disse Claire. Non sono sicura che sia la porta
giusta. In questo momento, le telecamere di tutti i canali sono
puntate verso la facciata nord.
Non aveva torto. I miei capelli erano un disastro ed ero in
pantaloncini, infradito e T-shirt. Non proprio l'abbigliamento
per apparire in pubblico.
D'accordo, dissi. Ma non possiamo uscire senza che ci
vedano?
A quel punto, per Malia e me era ormai una crociata. Non
avremmo desistito. Saremmo riuscite ad andare l fuori.
Qualcuno sugger allora di provare una delle porte di carico
e scarico del pianterreno, dove arrivavano i camion a
consegnare i generi alimentari e le forniture per gli uffici.
La nostra banda si avvi in quella direzione. Malia mi prese
sottobraccio. Adesso eravamo su di giri.
Stiamo uscendo! dissi.
SIIII! fece eco lei.
Scendemmo una scala di marmo, proseguimmo su tappeti
rossi, intorno ai busti di George Washington e Benjamin
Franklin, e superammo la cucina finch, all'improvviso, fummo
fuori. L'aria umida della sera estiva ci invest in pieno viso.
Vedevo le lucciole brillare sul prato. Ed eccolo l, il ronzio
della folla, la gente che urlava e festeggiava oltre i cancelli di
ferro. C'era voluto un quarto d'ora per uscire da casa nostra,
ma ce l'avevamo fatta. Eravamo fuori, in piedi su un pezzetto
di prato nascosto alla vista del pubblico, ma con un magnifico
panorama ravvicinato della Casa Bianca illuminata con i
colori dell'orgoglio gay.
Malia e io ci appoggiammo l'una all'altra felici della nostra
impresa.
Come succede in politica, cominciavano gi a soffiare venti
nuovi. Nell'autunno del 2015, la campagna presidenziale era
in pieno fervore. Il campo repubblicano era molto affollato;
tra i candidati alla nomination c'erano governatori come
John Kasich e Chris Christie e senatori come Ted Cruz e Marco
Rubio, pi una dozzina di altri. Nel frattempo, i democratici
erano ormai arrivati a dover decidere tra Hillary Clinton
e Bernie Sanders, il liberale indipendente del Vermont che
sedeva da tempo al Congresso.
Donald Trump aveva annunciato la sua candidatura all'inizio
dell'estate, dalla Trump Tower, a Manhattan, scagliandosi
contro gli immigrati messicani - li aveva chiamati stupratori -
e contro i perdenti che, secondo lui, governavano il
Paese. Pensavo che stesse solo mettendosi in mostra e cercando
di attirare l'attenzione dei media, dato che ne aveva
la possibilit. Niente nel modo in cui si comportava dava
l'idea che volesse sul serio candidarsi a governare.
Io seguivo la campagna elettorale ma non con l'intensit
degli anni passati. Ero impegnata con la mia quarta iniziativa
da first lady, Let Girls Learn, che Barack e io avevamo lanciato
insieme in primavera. Era un progetto ambizioso, che coinvolgeva
l'intero governo, mirato ad aiutare le adolescenti di
tutto il mondo ad accedere all'istruzione. Nel corso dei miei
sette anni da first lady mi avevano sempre colpito sia la speranza
rappresentata dalle giovani donne nel nostro mondo
sia la loro vulnerabilit, dalle figlie di immigrati che avevo incontrato
alla Elizabeth Garrett Anderson School a Malala Yousafzai,
la teenager pakistana che aveva subto un brutale
attacco talebano e che era venuta alla Casa Bianca per parlare
con me, Barack e Malia del suo impegno per il diritto delle
ragazze all'istruzione. Sei mesi dopo la sua visita, fui sconvolta
e inorridita alla notizia che 276 studentesse nigeriane erano
state rapite dal gruppo estremista Boko Haram, con l'intento
di costringere con il terrore le famiglie del Paese a non mandare
le figlie a scuola. Quell'episodio mi aveva indotto, per la
prima e unica volta durante la presidenza di Barack, a sostituirlo
nel suo discorso settimanale alla nazione: parlai, commossa,
di come dovessimo impegnarci molto di pi per
proteggere ed incoraggiare le ragazze in tutto il mondo.
Il tema mi riguardava personalmente. Nella mia vita,
l'istruzione era stata il principale strumento di cambiamento,
la leva per farmi strada nel mondo. Mi sconvolgeva il pensiero
che cos tante ragazze - oltre 98 milioni, secondo i dati
dell'UNESCO - non vi avevano accesso. Alcune ragazze non
potevano frequentare la scuola perch le loro famiglie avevano
bisogno di mandarle a lavorare. A volte la scuola pi vicina
era in realt troppo lontana o troppo costosa, oppure il rischio
di subire un attacco sulla strada per arrivarci era troppo
elevato. In molti casi, le soffocanti discriminazioni di genere
e le dinamiche economiche concorrevano ad allontanare le
ragazze dall'istruzione, privandole di fatto di opportunit per
il futuro. Che non valesse la pena di mandare una bambina a
scuola sembrava essere un'idea diffusa - e, in certe parti del
mondo, prevalente -, anche se molti studi indicavano sempre
pi chiaramente che istruire le ragazze e le donne e permettere
loro di entrare a far parte della forza lavoro conduceva
all'aumento del PIL di un Paese.
Barack e io eravamo impegnati a modificare la percezione
di ci che rende una giovane donna preziosa per la societ.
Lui era riuscito a ottenere centinaia di milioni di dollari di risorse
da tutta l'amministrazione, attraverso l'USAID, l'Agenzia
statunitense per lo sviluppo internazionale, e i Peace Corps,
ma anche attraverso il dipartimento di Stato e quelli del Lavoro
e dell'Agricoltura. Entrambi esercitavamo pressioni sui governi
di altri Paesi perch contribuissero a finanziare programmi per
l'istruzione femminile ed incoraggiavamo le imprese private ed i
centri studi a impegnare denaro e risorse nella causa.
A questo punto, inoltre, sapevo come fare un po' di chiasso
per una buona causa. Era naturale che gli americani si
sentissero distanti dalle battaglie di gente che viveva in Paesi
lontani, lo capivo. Cos cercai di far conoscere il problema a
casa nostra. Chiesi a celebrit come Stephen Colbert di mettere
a disposizione il loro prestigio di star nelle manifestazioni
e sui social. Arruolai a questo scopo Janelle Mone,
Zendaya, Kelly Clarkson e altri artisti per incidere una canzone
scritta da Diane Warren, intitolata This Is for My Girls. I
proventi delle vendite sarebbero serviti per finanziare l'istruzione
delle ragazze in tutto il mondo.
Infine, avevo fatto una cosa un po' terrificante per me,
vale a dire cantare. Avevo partecipato a Carpool Karaoke, il
divertente programma di seconda serata di James Corden.
Salii a bordo del suo SUV nero e girando per il Prato meridionale
cantammo a squarciagola Signed, Sealed, Delivered m
Yours, poi Single Ladies e infine - il motivo principale per cui
avevo accettato di farlo - This Is for My Girls. A questo punto
Missy Elliott si era infilata sul sedile posteriore ed aveva rappato
con noi. Per la mia puntata di karaoke mi ero esercitata
diligentemente per settimane, memorizzando tutte le battute
di ogni canzone. L'obiettivo era di farlo sembrare un
momento divertente e leggero, ma dietro, come sempre,
c'erano molto lavoro e uno scopo pi ampio: far conoscere
l'iniziativa ad un numero sempre maggiore di persone. Il mio
karaoke con James raggiunse i quarantacinque milioni di visualizzazioni
su YouTube nei primi tre mesi. Era stata una
fatica, ma ne era valsa la pena.
Per le vacanze di Natale del 2015, io, Barack e le ragazze
andammo come sempre alle Hawaii, e come sempre affittammo,
per noi e il solito gruppo di amici di famiglia, una grande
casa vista mare dalle ampie finestre. Come avevamo fatto
negli ultimi sei anni, il giorno di Natale andammo a visitare
i militari e le loro famiglie nella vicina base dei Marines. E
come al solito, per Barack la vacanza fu solo parziale - o quasi
il contrario, in realt. Rispondeva a telefonate, partecipava
quotidianamente a riunioni informative e si consultava con
una squadra ridotta di consiglieri, assistenti e speechwriter,
tutti ospitati in un albergo l vicino. Mi chiedevo se sarebbe stato
ancora capace di rilassarsi completamente, una volta arrivato
il momento; se entrambi avremmo trovato il modo di rallentare,
alla fine di tutto questo. Che effetto ci avrebbe fatto poter
finalmente andare in un posto senza portarci dietro
l'uomo con la valigetta nucleare?
Anche se mi abbandonavo ai sogni, non riuscivo ancora ad
immaginare come sarebbe finita.
Quando ritornammo a Washington per iniziare il nostro ultimo
anno alla Casa Bianca, sapevamo che era davvero cominciato
il conto alla rovescia. Prese il via quella che sarebbe
diventata una lunga serie di ultimi: l'ultimo Ballo dei governatori;
l'ultima festa delle uova a Pasqua; l'ultima cena dei corrispondenti
della Casa Bianca. Barack e io partimmo anche
per la nostra ultima visita di Stato, destinazione Gran Bretagna,
con un salto dalla nostra amica, la regina Elisabetta.
Barack aveva sempre provato un affetto speciale per la regina:
gli ricordava sua nonna Toot perch, diceva, era una
persona pratica e diretta come lei. Personalmente, mi meravigliavo
ancora della sua efficienza, una qualit chiaramente
maturata in una vita trascorsa sotto la pressione dei riflettori.
Un giorno, alcuni anni prima, Barack e io eravamo in piedi
accanto a lei e al principe Filippo ad accogliere gli ospiti a
un ricevimento. Avevo osservato, divertita, che la regina riusciva
a salutarli con un gentile ed economico Hello che
non lasciava spazio a ulteriori convenevoli, e la sua fila procedeva
spedita, mentre Barack si rivolgeva a ciascuno di loro
con fare amabile e rilassato, quasi invitandoli a fermarsi a
scambiare quattro chiacchiere, e rispondeva alle loro domande
soppesando le parole: e cos rallentava il flusso degli invitati.
Lo conoscevo da un sacco di anni, e ancora dovevo dirgli
di sbrigarsi.
Un pomeriggio di aprile del 2016 salimmo entrambi su un
elicottero all'ambasciata americana a Londra, diretti al castello
di Windsor, nella campagna ad ovest della citt. I nostri
addetti all'organizzazione ci avevano comunicato che la regina
e il principe Filippo sarebbero venuti a prenderci all'atterraggio
e da l ci avrebbero accompagnato in auto al
castello per il pranzo. Come sempre, fummo istruiti sul protocollo
da seguire per l'occasione: avremmo salutato ufficialmente
i reali prima di salire sull'auto per il breve tratto di
strada. Io avrei preso posto davanti, accanto al novantaquattrenne
principe Filippo, che sarebbe stato alla guida; Barack
si sarebbe seduto dietro con la regina.
Per la prima volta in oltre otto anni ci saremmo trovati su
un'auto non guidata da un membro dei Servizi segreti, o insieme
su un'auto senza agenti. Questo particolare pareva essere
molto importante per i responsabili della nostra sicurezza,
cos come era importante il protocollo per gli addetti all'organizzazione,
che si affannavano senza sosta a spiegarci minuziosamente
tutto quello che dovevamo fare e dire, in modo
che ogni minima cosa sembrasse giusta e filasse liscia.
Dopo aver toccato terra in un campo all'interno della propriet
del castello ed esserci salutati, tuttavia, la regina mand
all'aria tutti i preparativi facendomi cenno di prendere
posto accanto a lei sul sedile posteriore della loro Range Rover.
Io mi bloccai cercando di ricordare se qualcuno mi avesse
preparato per questa eventualit, se fosse pi gentile
seguirla o insistere che fosse Barack a salire dietro con lei.
La regina si accorse immediatamente della mia incertezza.
Lei, da parte sua, non ne aveva.
Le hanno spiegato qualche regola? chiese liquidando la
faccenda con un cenno della mano. Tutte sciocchezze. Si
sieda dove vuole.
Per me, parlare alla consegna delle lauree o dei diplomi
era un importante rituale di primavera, quasi sacro. Ogni anno
tenevo diversi discorsi, scegliendo una combinazione di
cerimonie di scuola superiore e college e concentrandomi
su istituzioni che di solito non potevano contare su oratori
di alto profilo. (Princeton e Harvard: abbiate pazienza, ma
andate benissimo anche senza di me). Nel 2015 ero ritornata
nel South Side di Chicago a parlare alla cerimonia dei diplomi
della King College Prep, la scuola da cui sarebbe uscita
Hadiya Pendleton, se avesse vissuto abbastanza a lungo per
arrivare al diploma. Il suo spirito fu ricordato alla cerimonia
da una sedia vuota che i compagni avevano adornato con un
mazzo di girasoli e un drappo viola.
Per l'ultimo giro di discorsi tenuti in veste di first lady, mi
recai alla Jackson State University, in Mississippi, un'altra storica
scuola nera, dove colsi l'opportunit per parlare dell'impegno
richiesto per raggiungere l'eccellenza. Parlai al City
College di New York, dove misi l'accento sul valore della diversit
di culture e dell'immigrazione. E il 26 maggio, che
casualmente era anche il giorno in cui Donald Trump si assicur
la nomination repubblicana, mi trovavo nel New Mexico,
di fronte a una classe di studenti nativi americani che
si diplomavano in un piccolo collegio e sarebbero quasi tutti
andati all'universit. La consapevolezza del mio ruolo di first
lady mi incoraggiava sempre pi a parlare in modo deciso e
diretto di cosa significa venire emarginati a causa della propria
razza e del proprio sesso. Il mio intento era spiegare a
quei giovani il contesto da cui nasceva l'odio che emergeva
nelle cronache e nei discorsi politici, e dar loro un motivo
di speranza.
Cercavo di comunicare l'unico messaggio su me stessa e
sul mio ruolo nel mondo che potesse davvero significare
qualcosa: io sapevo cosa si provava ad essere invisibili. Avevo
vissuto quella condizione. Avevo alle spalle una storia di persone
invisibili. Mi piaceva ricordare che ero la bis-bisnipote
di uno schiavo di nome Jim Robinson, probabilmente sepolto
in una tomba senza nome in qualche angolo di una piantagione
della Carolina del Sud. E, in piedi davanti a un
leggio, di fronte a studenti che in quel momento pensavano
al loro futuro, ero la testimonianza vivente della possibilit,
almeno fino a un certo punto, di sconfiggere il rischio di essere
invisibili.
L'ultima cerimonia dei diplomi a cui partecipai quella primavera
aveva un valore del tutto personale: era quella di Malia
alla Sidwell Friends, in una tiepida giornata di giugno. A
parlare alla classe fu la nostra cara amica Elizabeth Alexander,
la poetessa che aveva scritto i versi per il primo insediamento
di Barack, e questo permise a me ed a Barack di sederci
in platea e goderci il momento. Ero orgogliosa di Malia, che
presto sarebbe partita per l'Europa per un viaggio di alcune
settimane con degli amici. Dopo un anno sabbatico si sarebbe
iscritta ad Harvard. Ero orgogliosa di Sasha, che compiva
quindici anni quello stesso giorno e stava contando le ore
che la separavano dal concerto di Beyonc, a cui avrebbe assistito
di l a poco rinunciando alla festa di compleanno.
Avrebbe trascorso gran parte dell'estate a Martha's Vineyard,
ospite di amici di famiglia fino a quando non saremmo arrivati
anche Barack e io per le vacanze. Si sarebbe fatta nuovi
amici e avrebbe svolto il suo primo lavoretto estivo, in uno
snack bar. Ero orgogliosa anche di mia madre, che sedeva
accanto a noi nel sole, in abito nero e tacchi: era riuscita a
vivere alla Casa Bianca e a girare il mondo con noi rimanendo
profondamente e completamente se stessa.
Ero orgogliosa di tutti noi perch ce l'avevamo quasi fatta.
Barack sedeva accanto a me su una sedia pieghevole. Vedevo
che, dietro gli occhiali da sole, aveva gli occhi lucidi
mentre guardava Malia attraversare il palco per ricevere il diploma.
Era stanco, lo sapevo. Tre giorni prima aveva tenuto
un'orazione funebre per un amico della Law School di Harvard
che aveva lavorato per lui alla Casa Bianca. Due giorni
dopo, un estremista avrebbe aperto il fuoco in un night club
gay a Orlando, in Florida, uccidendo quarantanove persone
e ferendone altre cinquantatr. La gravit del suo lavoro non
gli dava tregua.
Era un buon padre, dedito e presente come il suo non era
mai stato, ma c'erano anche cose che aveva sacrificato lungo il
cammino. Era diventato genitore quando era gi un politico.
Gli elettori e le loro esigenze non ci avevano mai abbandonato.
Doveva fare un po' male rendersi conto che finalmente
avrebbe avuto pi libert e pi tempo proprio quando le nostre
figlie cominciavano ad allontanarsi.
Ma dovevamo lasciarle andare. Il futuro era loro, come 
giusto che sia.
Verso la fine di giugno, volai a Filadelfia attraversando un
violento temporale, con l'aereo che beccheggiava e scendeva
in picchiata verso la citt dove avrei parlato per l'ultima volta
alla convention democratica. Era forse la peggiore turbolenza
in cui mi fossi mai trovata e mentre il mio direttore della
comunicazione Caroline Adler Morales, molto incinta, si preoccupava
che lo stress potesse anticipare il travaglio e Melissa
- che in volo si agitava anche in condizioni normali - si aggrappava
ai braccioli urlando, io riuscivo solo a pensare:
Fatemi arrivare in tempo per provare il discorso. Anche se ormai mi
sentivo a mio agio davanti a un grande pubblico, le prove mi
tranquillizzavano molto.
Nel 2008, durante la prima campagna presidenziale di Barack,
avevo provato e riprovato il mio discorso per la convention
tanto che sarei stata in grado di mettere le virgole anche
dormendo, un po' perch non avevo mai parlato in diretta
televisiva e un po' perch la posta personale in gioco era molto
alta. Salivo sul palco dopo essere stata demonizzata come
una nera arrabbiata che non amava il proprio Paese. Quel
discorso mi diede l'opportunit di mostrarmi umana: riuscii
a spiegare chi ero con la mia voce, a demolire con le mie parole
le caricature e gli stereotipi. Quattro anni dopo, alla convention
di Charlotte, nella Carolina del Nord, avevo parlato
con sincerit di ci che avevo visto in Barack durante il suo
primo mandato: era sempre lo stesso uomo di saldi princpi
che avevo sposato, e mi ero resa conto che essere presidente
non ti cambia: rivela chi sei.
Questa volta, avrei sostenuto Hillary Clinton, l'ex avversaria
di Barack nelle brutali primarie del 2008, che aveva finito
per diventare suo leale ed efficiente segretario di Stato. Non
mi sarei mai battuta per un altro candidato con tutta la passione
che mi aveva ispirato mio marito e, a volte, questo mi
rendeva difficile far campagna per gli altri. Quando si trattava
di parlare in pubblico di un tema o di una persona che
apparteneva alla sfera politica, tuttavia, mi attenevo a un mio
codice personale: dicevo solo quello che pensavo davvero e
che davvero sentivo.
Atterrammo a Filadelfia e io mi precipitai nel luogo della
convention giusto in tempo per cambiarmi d'abito e rileggere
due volte il mio intervento. Poi uscii sul palco e raccontai
la mia verit. Parlai delle paure iniziali all'idea di crescere
due figlie alla Casa Bianca e di come fossi orgogliosa delle
due giovani donne intelligenti che erano diventate. Dissi che
mi fidavo di Hillary perch capiva le esigenze della presidenza
e aveva il temperamento di un capo, perch era pi qualificata
di qualsiasi altro candidato della storia. E riconobbi
che la nazione si trovava di fronte a una scelta decisiva.
Fin da quando ero piccola ero convinta che fosse importante
prendere posizione contro i bulli e non abbassarsi al
loro livello. E, per essere chiari, ora avevamo di fronte un
bullo, un uomo che, tra le altre cose, umiliava le minoranze
e manifestava disprezzo per i prigionieri di guerra, mettendo
a rischio la dignit del nostro Paese praticamente ogni volta
che apriva bocca. Volevo che gli americani capissero che le
parole contano, che il linguaggio carico d'odio che sentivano
in TV non rifletteva lo spirito autentico dell'America e che
noi potevamo dimostrare questa avversione con il voto. Era
alla dignit che volevo fare appello, all'idea che, come nazione,
potevamo rimanere legati a quel valore essenziale che
aveva sostenuto la mia famiglia per generazioni. La dignit
ci aveva sempre fatto superare ogni ostacolo. Era una scelta,
e non sempre la pi facile, ma le persone che pi rispettavo
nella vita la compivano di continuo, ogni giorno. C'era un
motto che io e Barack cercavamo di seguire e quella sera lo
gridai dal palco: Quando gli altri volano basso, noi voliamo alto.
Due mesi dopo, a poche settimane dalle elezioni, sarebbe
emerso il nastro di un fuorionda del 2005 in cui Donald
Trump si vantava con un conduttore televisivo di fare avance
sessuali alle donne con un linguaggio talmente sconcio e volgare
da mettere in difficolt i media, che non sapevano come
parlarne senza violare le norme fondamentali della decenza.
Alla fine, per dar spazio alla voce del candidato, si abbassarono
semplicemente gli standard della decenza.
Quando lo ascoltai non riuscivo a credere alle mie orecchie.
Eppure c'era un tratto dolorosamente familiare in quelle battute
da spogliatoio maschile ed in quel tono minaccioso. Posso
farti del male e passarla liscia. Era l'espressione di un odio che
in genere restava fuori dalla cerchia delle persone beneducate,
ma che era penetrato nel midollo della nostra societ cosiddetta
illuminata, radicato e accettato al punto che uno come
Donald Trump poteva permettersi di manifestarlo con arroganza.
Ogni donna che conoscevo era in grado di riconoscerlo.
Ogni persona che almeno una volta si fosse sentita diversa
per come era stata trattata lo riconosceva. Era esattamente ci
che molti di noi speravano che i propri figli non dovessero sperimentare,
e che invece probabilmente sperimenteranno. Il
dominio, o anche solo la sua minaccia,  una forma di disumanizzazione.
 la forma pi odiosa del potere.
Il mio corpo fremeva di rabbia dopo l'ascolto di quel nastro.
La settimana successiva avrei dovuto tenere un comizio
a sostegno di Hillary, e invece di insistere sulle sue capacit
e sul mio appoggio incondizionato mi sentii obbligata a commentare
direttamente le parole di Trump, e opporre alla sua
voce la mia.
Lavorai al mio discorso seduta in una camera d'ospedale
del Walter Reed, dove mia madre aveva subto un intervento
alla schiena. I pensieri scorrevano veloci. Ero stata derisa e
minacciata molte volte ormai, liquidata perch sono nera,
donna e mi faccio valere. Avevo percepito lo scherno rivolto
direttamente al mio corpo, allo spazio fisico che occupo nel
mondo. Avevo visto Donald Trump molestare Hillary Clinton
durante un dibattito televisivo: la importunava mentre lei
parlava, le stava troppo vicino, cercava di oscurare la sua presenza
con la propria. Posso farti del male e passarla liscia. Le
donne passano la vita a tollerare questi affronti: fischi di ammirazione,
palpeggiamenti, aggressioni sessuali, oppressione.
Sono cose che ci feriscono. Fiaccano la nostra forza. Alcune
di queste ferite sono talmente piccole da passare inosservate.
Altre sono enormi e aperte, e lasciano cicatrici indelebili. In
un modo o nell'altro si accumulano. Le portiamo con noi
ovunque, a scuola e al lavoro, a casa mentre cresciamo i nostri
figli, nei nostri luoghi di culto, ogni volta che cerchiamo
di fare passi avanti.
Per me, i commenti di Trump furono un altro colpo. Non
potevo far finta di niente. Lavorai con Sarah Hurwitz, la bravissima
speechwrter che era con me dal 2008, per incanalare
la mia rabbia in parole e poi - quando mia madre si era ormai
ripresa dall'intervento - pronunciai il discorso un giorno
di ottobre in un comizio a Manchester, nel New Hampshire.
Parlando a una folla carica di energia, spiegai chiaramente
ci che provavo: Questo non  normale, dissi. Non  la
solita politica.  vergognoso. Intollerabile. Espressi la mia
rabbia e la mia paura insieme alla fiducia che, con queste
elezioni, gli americani avrebbero capito la vera natura delle
persone e delle idee tra cui erano chiamati a scegliere. Misi
tutto il mio cuore in quel discorso.
Poi tornai in aereo a Washington, pregando che mi avessero
ascoltato.
Con l'avanzare dell'autunno, Barack e io cominciammo a
pianificare il nostro trasloco in una nuova casa, in gennaio.
Avevamo deciso di rimanere a Washington in modo che Sasha
potesse terminare le superiori alla Sidwell. Malia era in
Sudamerica per il suo anno sabbatico, ad assaporare pi che
poteva la libert della lontananza dalla politica. Implorai i
miei collaboratori della East Wing di continuare a lavorare
sodo fino all'ultimo, anche se dovevano pensare a trovarsi
un nuovo lavoro, anche se eravamo distratti dalla battaglia
tra Hillary Clinton e Donald Trump, che diventava ogni giorno
pi intensa.
Il 7 novembre 2016, la sera prima del voto, Barack e io raggiungemmo
Hillary e la sua famiglia a Filadelfia per il comizio
finale di fronte all'enorme folla dell'Independence Mall.
L'atmosfera era positiva, piena di speranza. Io trassi coraggio
dall'ottimismo che Hillary proiettava quella sera e dai molti
sondaggi che la davano agevolmente in vantaggio. Trassi coraggio
da quanto pensavo di capire sulle qualit che gli americani
erano disposti o no a tollerare in un leader. Non facevo
pronostici, ma ero fiduciosa sull'esito finale.
Per la prima volta dopo molti anni, la sera delle elezioni
io e Barack non avevamo alcun ruolo. Non c'era la suite di
un albergo dove aspettare i risultati; niente vassoi di tartine
sui tavoli; niente televisore acceso in un angolo. Niente capelli,
trucco o guardaroba a cui pensare; niente figlie da preparare;
niente discorsi da ripassare per la fine della serata.
Non avevamo niente da fare e questo ci elettrizzava. Era l'inizio
del nostro viaggio di ritorno, un primo assaggio di come
avrebbe potuto essere il nostro futuro. Eravamo partecipi,
certo, ma il momento che avevamo davanti non era nostro.
Il nostro ruolo era solo quello di testimoni. Sapendo che ci
sarebbe voluto un po' prima che i risultati cominciassero ad
affluire, invitammo Valerie a vedere un film alla Casa Bianca.
Non ricordo nulla di quel film: non il titolo e nemmeno il
genere. In realt, eravamo seduti al buio a far passare il tempo.
Io continuavo a pensare che il mandato di Barack era
quasi al termine. Quello che ci aspettava erano per lo pi addii,
decine e decine, tutti carichi di commozione perch i
collaboratori che amavamo e apprezzavamo tanto avrebbero
cominciato ad andarsene dalla Casa Bianca per lasciar posto
a quelli della nuova amministrazione. Il nostro obiettivo era
fare ci che George e Laura Bush avevano fatto con noi: rendere
la transizione pi semplice e cordiale possibile. Le nostre
squadre cominciavano gi a preparare i raccoglitori di
istruzioni e le liste di contatti per i loro successori. Prima di
andarsene, molte persone che lavoravano nella East Wing
avrebbero lasciato bigliettini di benvenuto sulla scrivania offrendo
il loro aiuto ai nuovi arrivati.
Eravamo ancora immersi nell'attivit quotidiana, ma avevamo
gi iniziato a pianificare seriamente quello che sarebbe
venuto dopo. Barack e io eravamo ben felici di rimanere a
Washington, ma avremmo lasciato un segno duraturo anche
nel South Side di Chicago, che avrebbe ospitato l'Obama Presidential
Center. Progettavamo di istituire anche una fondazione
con la missione di formare ed incoraggiare i leader di
domani. Entrambi avevamo molti obiettivi per il futuro, ma
il pi ambizioso era creare spazi e garantire sostegno ai giovani
e alle loro idee. Mi rendevo anche conto che avevamo
bisogno di una pausa: avevo iniziato a cercare un posto dove
poterci rilassare in privato per qualche giorno a gennaio,
immediatamente dopo il giuramento del nuovo presidente.
Mancava giusto il nuovo presidente.
Mentre sullo schermo scorrevano i titoli di coda del film,
il cellulare di Barack ronz. Vidi che gli gett un'occhiata e
poi lo fiss di nuovo aggrottando leggermente la fronte.
Ah, disse. I risultati della Florida sono un po' strani.
Non c'era preoccupazione nella sua voce, solo una punta
di consapevolezza, un tizzone caldo che all'improvviso appare
in mezzo all'erba. Il cellulare ronz di nuovo. Il cuore cominci
a battermi un po' pi forte. Sapevo che gli aggiornamenti
arrivavano da David Simas, il consigliere politico di Barack,
che monitorava i risultati dalla West Wing e conosceva l'algebra
della cartina elettorale contea per contea. Se c'era un cataclisma
incombente, lui se ne sarebbe accorto prima degli
altri.
Osservai attentamente il viso di mio marito. Non ero sicura
di essere pronta ad ascoltare quello che stava per dire.
Qualsiasi cosa fosse, non sembrava buona. Proprio allora sentii un
peso gravarmi sullo stomaco. La mia ansia si stava trasformando
in terrore. Mentre Barack e Valerie iniziavano a commentare
i primi risultati, io annunciai che andavo di sopra.
Raggiunsi l'ascensore con una sola speranza: non pensare pi
a niente ed andare a dormire. Capivo ci che probabilmente
stava per succedere, ma non ero pronta ad affrontarlo.
Mentre dormivo la notizia fu confermata: gli elettori americani
avevano scelto Donald Trump. Dopo Barack, sarebbe
stato lui il presidente degli Stati Uniti.
Avevo voluto ignorarlo il pi a lungo possibile.
Al mio risveglio, la mattina era umida e tetra. Un cielo grigio
si stendeva sopra Washington. Non potei fare a meno di
considerarlo funereo. Il tempo sembrava rallentato. Sasha
usc per andare a scuola cercando di superare in silenzio l'incredulit.
Malia telefon dalla Bolivia e sembrava molto spaventata.
Dissi a entrambe che le amavo e che sarebbe andato
tutto bene. Continuavo a ripetermelo anch'io.
Alla fine, Hillary Clinton ottenne quasi tre milioni di voti in
pi del suo avversario, ma Trump si era aggiudicato il Collegio
elettorale grazie a meno di ottantamila voti distribuiti tra Pennsylvania,
Wisconsin e Michigan. Io non sono un politico, quindi
non tenter di avventurarmi in un'analisi dei risultati. Non
far ipotesi sulle responsabilit e non discuter se tutto questo
fosse giusto o no. Vorrei solo che fosse andata pi gente a votare.
E mi chieder sempre che cosa abbia spinto cos tante
donne, in particolare, a rifiutare una candidata eccezionalmente
qualificata per scegliere un misogino come loro presidente.
Ma adesso dovevamo convivere con il risultato.
Barack era rimasto in piedi quasi tutta la notte a seguire i
dati e, come era accaduto tante volte in precedenza, dovette
proporsi come simbolo di solidit e fermezza per aiutare il
Paese a superare lo shock. Non gli invidiai quel compito. La
mattina parl al suo staff nello Studio ovale e poi, intorno a
mezzogiorno, si rivolse alla nazione dal Giardino delle rose:
fu un discorso moderato e rassicurante, in cui, come sempre,
si appell all'unit e alla dignit degli americani chiedendo
loro di rispettarsi a vicenda e di rispettare le istituzioni create
dalla nostra democrazia.
Quel pomeriggio, riunii i miei collaboratori nel mio ufficio
nella East Wing. Eravamo tutti stipati l, seduti su divani e sulle
sedie portate dalle altre stanze. Il mio staff er composto
in prevalenza da donne e minoranze, alcune delle quali provenivano
da famiglie di immigrati. Molti erano in lacrime,
perch percepivano che la loro vulnerabilit adesso era allo
scoperto. Avevano investito tutto nel loro lavoro perch credevano
profondamente nelle cause a cui si dedicavano.
Cercai di dire che dovevano essere fieri di chi erano, che il loro
lavoro era importante e che un'elezione non poteva spazzare
via otto anni di cambiamento.
Non tutto era perduto. Era questo il messaggio che dovevamo
portare avanti. Era quello che credevo davvero. Non
era qualcosa di ideale, ma era la nostra realt: il mondo cos
com'. Adesso c'era bisogno di essere risoluti, di tenere i piedi
puntati in direzione del progresso.
Eravamo davvero alla fine. Mi trovavo presa tra il guardarmi
indietro e il guardare avanti e rimuginavo in particolare
su una domanda: che cosa resta?
Eravamo la quarantaquattresima first family e solo la undicesima
a passare due mandati pieni alla Casa Bianca. Eravamo,
e saremmo sempre stati, la prima famiglia nera.
Speravo che, in futuro, i genitori, quando avrebbero portato
i loro bambini a visitare l'edificio come avevo fatto io con
Malia e Sasha quando il loro padre era senatore, sarebbero
stati in grado di indicare qualche ricordo del tempo trascorso
l dalla nostra famiglia. Pensavo che fosse importante lasciare
un segno della nostra presenza inscritto nella storia centenaria
della Casa Bianca.
Non tutti i presidenti avevano commissionato un nuovo
servizio da tavola, per esempio, ma io mi assicurai di farlo.
Durante il secondo mandato di Barack avevamo deciso anche
di rinnovare l'Antica sala da pranzo della famiglia, situata
accanto al Salone dei pranzi di Stato dandole un aspetto
fresco e moderno e aprendola per la prima volta al pubblico.
Sulla parete settentrionale della sala avevamo appeso uno
splendido quadro astratto, giallo rosso e blu, di Alma Thomas,
Resurrezione, la prima opera d'arte di una donna nera
nella collezione permanente della Casa Bianca.
Il nostro contrassegno distintivo pi duraturo, tuttavia, si
trovava all'esterno dell'edifcio e produceva circa novecento
chili di cibo l'anno: l'orto resisteva da sette anni e mezzo ormai,
ed era sopravvissuto a pesanti nevicate, alle piogge ed alla
grandine. Quando il vento, alcuni anni prima, aveva sradicato
il National Christmas Tree, l'albero di Natale nazionale,
alto quasi tredici metri, l'orto era rimasto intatto. Prima di
lasciare la Casa Bianca volevo renderlo ancor pi permanente.
Portammo la sua superficie a 260 metri quadrati, pi del
doppio di quella originaria. Aggiungemmo sentieri di pietra
e panchine di legno, pi una pergola di benvenuto, una sorta
di porta costruita con il legno proveniente dalle propriet
dei presidenti Jefferson, Madison e Monroe e dalla casa in
cui trascorse l'infanzia Martin Luther King. Poi, un pomeriggio
d'autunno, attraversai il Prato meridionale per dedicare
ufficialmente l'orto ai posteri.
Insieme a me, quel giorno, c'era chi negli anni mi aveva
sostenuto e aiutato nello sforzo di migliorare l'alimentazione
e la salute dei bambini, e anche un paio di ex alunni di quinta
della Bancroft Elementary School, ormai praticamente
adulti. Era presente gran parte del mio staff, compreso Sam
Kass, che aveva lasciato la Casa Bianca nel 2014 ma era ritornato
per l'occasione.
Guardando la folla nell'orto fui colta dall'emozione. Provavo
una profonda gratitudine per tutti i miei collaboratori,
che avevano dato tutto, scegliendo le lettere manoscritte indirizzate
a me, controllando i dati e i fatti contenuti nei miei
discorsi, saltando da un aereo all'altro per preparare i nostri
eventi pubblici in tutto il Paese. Avevo visto molti di loro assumersi
responsabilit sempre maggiori e sbocciare dal punto
di vista non solo professionale ma anche umano, persino
sotto la luce violenta dei riflettori. Il peso di essere i primi
non ricadeva solo sulle spalle della mia famiglia. Per otto anni
avevamo potuto contare sull'aiuto di questi giovani ottimisti
e di alcuni professionisti pi maturi. Melissa, che, quasi
dieci anni prima, era stata la prima persona da me assunta
durante la campagna elettorale e che rester per sempre
un'amica, rimase con me nella East Wing fino al termine del
mandato, come Tina, l'eccezionale capo del mio staff. Il posto
di Kristen Jarvis era stato preso da Chynna Clayton, una
giovane donna di Miami, gran lavoratrice, che divent ben
presto un'altra sorella maggiore per Malia e Sasha ed era fondamentale
perch la mia esistenza filasse liscia.
Consideravo tutte queste persone, i collaboratori attuali e
gli altri che non erano pi con noi, parte della famiglia. Ed
ero molto orgogliosa di quello che avevamo fatto insieme.
Per ogni video che saturava rapidamente la Rete - avevo
ballato la danza delle mamme con Jimmy Falln, schiacciato
in un canestro giocattolo addosso a LeBron James e rappato
con Jay Pharoah - ci eravamo concentrati su qualcosa di
pi che raggiungere un po' di popolarit su Twitter. E i risultati
si vedevano. Quarantacinque milioni di bambini mangiavano
cibi salutari a colazione ed a pranzo; undici milioni di
studenti dedicavano sessanta minuti al giorno all'attivit fisica
a scuola - prima, durante e dopo le lezioni - grazie al nostro
programma Let's Move! Active Schools. I bambini, in generale,
mangiavano pi cereali, pi frutta e pi verdura. L'ra
delle gigantesche porzioni da fast food stava per finire.
Grazie al mio lavoro conjill Biden sul progetto Joining
Forces avevamo contribuito a convincere le imprese ad assumere
o formare pi di un milione e mezzo di veterani e di
coniugi di militari. Venendo incontro a una delle prime preoccupazioni
espresse dai famigliari dei militari durante la prima
campagna elettorale di Barack, avevamo ottenuto che
tutti i cinquanta Stati collaborassero per definire accordi sulle
licenze professionali, cos che i coniugi dei militari non
fossero ostacolati nel proseguimento della loro carriera ogni
volta che erano costretti a trasferirsi.
Nel campo dell'istruzione, Barack e io avevamo raccolto e
investito miliardi di dollari per aiutare le ragazze di tutto il
mondo ad accedere alle scuole che meritano. Pi di duemilaottocento
volontari dei Peace Corps erano stati formati per
attuare programmi per le ragazze a livello internazionale. E,
negli Stati Uniti, io e i miei collaboratori avevamo aiutato i
pi giovani a registrarsi per ricevere gli aiuti federali destinati
agli studenti, sostenuto gli uffici di orientamento scolastico
e diffuso il College Signing Day a livello nazionale.
Nel frattempo, Barack era riuscito a invertire la tendenza
della pi grave crisi economica dai tempi della Grande depressione.
Aveva contribuito a negoziare gli accordi di Parigi
sul clima, riportato a casa decine di migliaia di soldati dall'Iraq
e dall'Afghanistan e aveva guidato il tentativo di chiudere
il programma nucleare dell'Iran. Venti milioni di
persone in pi disponevano della sicurezza dell'assicurazione
sanitaria. Ed eravamo riusciti a superare due mandati senza
scandali. Ci eravamo attenuti alle norme pi elevate di moralit
e di decoro, senza eccezioni. E lo stesso valeva per i nostri
collaboratori.
Per noi, alcuni cambiamenti erano pi difficili da valutare,
ma ci sembravano altrettanto importanti. Sei mesi prima della
cerimonia in cui avevamo dedicato il giardino ai posteri, Lin-Manuel
Miranda, il giovane compositore che avevo conosciuto
a una delle nostre prime serate dedicate all'arte, ritorn
alla Casa Bianca. Il suo pezzo hip-hop su Alexander Hamilton
era esploso diventando un enorme successo a Broadway e facendo
di lui una superstar globale. Il suo musical Hamilton,
una celebrazione della storia americana e della ricchezza delle
sue diverse culture, ha cambiato la nostra percezione del
ruolo delle minoranze nella storia nazionale ed evidenziato
l'importanza delle donne, troppo a lungo eclissate dal potere
maschile. Avevo visto lo spettacolo in un piccolo teatro off-Broadway,
e mi era piaciuto cos tanto che avevo fatto il bis
quando era arrivato su un palcoscenico importante.  orecchiabile,
divertente, esaltante e straziante, la pi bella opera
d'arte in qualsiasi forma in cui mi sia imbattuta.
Lin-Manuel port con s a Washington gran parte del suo
cast multietnico di attori di talento. Trascorsero l'intero pomeriggio
con i giovani delle scuole superiori, un gruppo di
commediografi, ballerini e rapper in erba a spasso per la Casa
Bianca a scrivere testi e buttar gi musica con i loro eroi. Nel
tardo pomeriggio ci ritrovammo tutti insieme nella Sala orientale.
Barack e io eravamo seduti in prima fila, circondati da
giovani di tutte le razze e provenienze, e quando Christopher
Jackson e Lin-Manuel cantarono alla fine la ballata One Last
Time fummo travolti dall'emozione. Ecco due artisti, uno nero
e l'altro portoricano, in piedi sotto un lampadario vecchio centoquindici
anni, sovrastati dagli antichi ritratti di George e
Martha Washington, che cantavano di sentirsi a casa in questa
nazione che abbiamo creato. La potenza e la verit di quel
momento continuano a risuonare dentro di me.
Hamilton mi ha commosso perch rispecchia il genere di
storia che ho vissuto io. La storia di un'America che accoglie
la diversit. Mi ha fatto riflettere: molti di noi attraversano la
vita nascondendo le proprie storie e provano vergogna o
paura se la nostra verit non corrisponde a un ideale prestabilito.
Cresciamo con messaggi che ci dicono che c' solo un
modo di essere americani, che se abbiamo la pelle scura o i
fianchi larghi, se non amiamo in un determinato modo, se
parliamo un'altra lingua o veniamo da un altro Paese, allora
questa non  casa nostra. O meglio: lo pensiamo finch non
arriva qualcuno con il coraggio di cominciare a raccontare
quella storia in modo diverso.
Io sono cresciuta con un padre disabile, in una casa troppo
piccola, senza molti soldi, in un quartiere sull'orlo della decadenza;
ma sono anche cresciuta circondata dall'amore e
dalla musica in una citt ricca di realt diverse in un Paese
dove l'istruzione ti pu portare lontano. Non avevo niente o
avevo tutto. Dipende da come decidi di raccontarlo.
Mentre ci avvicinavamo alla fine della presidenza di Barack,
pensavo le stesse cose dell'America. Amavo il mio Paese
per tutti i modi in cui la sua storia pu essere raccontata. Per
quasi un decennio avevo avuto il privilegio di attraversarlo
vivendo in prima persona le sue stimolanti contraddizioni e
i suoi dolorosi conflitti, la sua sofferenza e il suo ostinato
idealismo e, soprattutto, la sua capacit di resistere e di rinascere.
Il mio punto di osservazione era inconsueto, forse, ma
penso che le mie esperienze durante questi anni siano state
le stesse di molti altri: un'idea di progresso, il conforto della
compassione, la gioia di vedere emergere alla luce ci che
era invisibile e misconosciuto. Un barlume del mondo come
potrebbe essere.  stato questo il nostro tentativo di creare
qualcosa di duraturo: una nuova generazione che capisse che
cosa era possibile, e che molto altro era possibile per lei.
Qualsiasi cosa venisse dopo, questa era una storia che potevamo
sentire nostra.
...
EPILOGO.

Barack e io abbiamo lasciato per l'ultima volta la Casa
Bianca il 20 gennaio 2017 per accompagnare Donald e Melania
Trump alla cerimonia di insediamento. Quel giorno
provavo tante sensazioni contemporaneamente: stanchezza,
orgoglio, turbamento, impazienza. Soprattutto, per, cercavo
di mantenere la calma, consapevole che le telecamere seguivano
ogni nostro movimento. Mio marito e io eravamo determinati
a completare il passaggio di consegne con grazia e
dignit, a finire gli otto anni con i nostri ideali e la nostra
compostezza intatti. Eravamo arrivati all'ultima ora.
Quella mattina, Barack era andato per l'ultima volta nello
Studio ovale ed aveva lasciato una nota manoscritta per il suo
successore. Ci eravamo radunati al piano di Stato per salutare
il personale permanente della Casa Bianca, i maggiordomi,
gli uscieri, gli chef, i domestici, i fiorai e tutti coloro che si erano
presi cura di noi con amicizia e professionalit, e ora avrebbero
usato la stessa cortesia con la famiglia che si sarebbe
trasferita l nel corso della giornata. Gli addii furono particolarmente
difficili per Sasha e Malia, perch molte di quelle
persone le avevano viste quasi tutti i giorni per met della loro
vita. Io li avevo abbracciati uno per uno e avevo cercato di non
piangere quando ci avevano consegnato come dono di commiato
due bandiere americane: quella del primo giorno della
presidenza di Barack e quella che sventolava l'ultimo giorno
del suo mandato, due simboli che aprivano e chiudevano
l'esperienza della nostra famiglia in quel luogo.
Seduta per la terza volta sul palco dell'insediamento, di
fronte al Campidoglio, cercavo di contenere le emozioni. La
vibrante variet di culture ed espressioni delle due cerimonie
precedenti non c'era pi, sostituita da un'uniformit scoraggiante,
una scena occupata quasi solo da maschi bianchi, come
tante in cui mi ero spesso imbattuta nella mia vita, specialmente
nei luoghi pi privilegiati, nei vari corridoi del
potere in cui mi ero infilata da quando avevo lasciato la casa
della mia infanzia in Euclid Avenue. La mia esperienza professionale
- dal reclutamento di nuovi avvocati per Sidley &
Austin alle assunzioni alla Casa Bianca - mi aveva insegnato
che l'omogeneit alimenta ulteriore omogeneit, fino a
quando non si fa uno sforzo meditato per correggerla.
Osservando le circa trecento persone sedute sul palco, gli
illustri ospiti del nuovo presidente, mi sembrava evidente che,
nella sua Casa Bianca, un simile sforzo sarebbe stato improbabile.
Qualcuno dell'amministrazione di Barack avrebbe potuto
dire che era un problema di percezione negativa, che
l'immagine che vedeva il pubblico non rifletteva la realt o
gli ideali della presidenza. Ma, in questo caso, forse s. Mentre
me ne rendevo conto, smisi anche di cercare di sorridere.
Una transizione  esattamente questo: il passaggio a qualcosa
di nuovo. Una mano si posa sulla Bibbia; si ripete un
giuramento. I mobili di un presidente vengono trasportati
fuori mentre entrano quelli di un altro. Si svuotano e si riempiono
cassetti. Nuove teste riposano su nuovi guanciali: nuovi
temperamenti, nuovi sogni. E quando il tuo mandato  finito,
quando, l'ultimo giorno, lasci la Casa Bianca, sotto molti
aspetti devi recuperare te stesso.
Mi trovo adesso a un nuovo punto d'inizio, in una nuova
fase della mia vita. Per la prima volta in molti anni sono svincolata
dai doveri della moglie di un politico, sono libera dalle
aspettative degli altri. Ho due figlie ormai quasi adulte che
hanno meno bisogno di me rispetto a un tempo. Un marito
che non porta pi sulle spalle il peso della nazione. Le responsabilit
che sentivo - nei confronti di Sasha e di Malia,
di Barack, della mia carriera e del mio Paese - sono cos cambiate
da permettermi di pensare in modo diverso a quello
che verr. Ho avuto pi tempo per riflettere, per essere semplicemente
me stessa. A cinquantaquattro anni non ho finito
di crescere e spero di non finire mai.
Per me, diventare qualcuno non significa soltanto raggiungere
una certa destinazione o conseguire un certo fine. Lo
considero piuttosto un perpetuo movimento in avanti, un
mezzo per evolvere, un modo per cercare costantemente di
migliorarsi. Il viaggio non finisce. Sono diventata una madre,
ma ho ancora molto da imparare dalle mie figlie e da dare
loro. Sono diventata una moglie, ma sto ancora cercando di
capire, conscia dei miei limiti, ci che significa amare veramente
un'altra persona e costruire una vita insieme. Sono diventata,
fino a un certo punto, una persona di potere, eppure
ci sono ancora momenti in cui mi sento insicura o inascoltata.
Fa tutto parte dello stesso processo, sono passi lungo un
percorso. Diventare richiede pazienza e rigore in parti uguali.
Diventare significa non rinunciare mai all'idea che bisogna
ancora crescere.
Siccome me lo chiedono spesso, lo dir qui, senza mezzi
termini: non ho intenzione di candidarmi a una carica politica,
non lo far mai. Non sono mai stata un'appassionata di
questo mondo e la mia esperienza negli ultimi dieci anni non
ha fatto molto per cambiare il mio atteggiamento. Continuo
a essere sconcertata dalle cattiverie, dalla segregazione tribale
di rossi e blu, quest'idea che si debba scegliere un partito
e seguirlo ciecamente, senza ascoltare gli altri n scendere a
compromessi o, a volte, persino senza comportarsi da persone
civili. Io credo che la politica, nella sua accezione migliore,
possa essere uno strumento di cambiamento positivo, ma
questa arena non fa per me.
Questo non vuol dire che non mi stia profondamente a
cuore il futuro del nostro Paese. Da quando Barack non 
pi in carica ho letto notizie che mi fanno rivoltare lo stomaco.
Sono rimasta a letto sveglia la notte, fumante di rabbia.
 stato doloroso vedere come il comportamento e l'agenda
politica dell'attuale presidente abbiano indotto molti americani
a dubitare di se stessi e a dubitare degli altri e temerli.
Non  stato facile stare a guardare mentre provvedimenti approntati
con cura e attenti ai bisogni delle persone venivano
cancellati, mentre ci alienavamo la simpatia di alcuni dei nostri
pi stretti alleati e abbandonavamo i membri pi vulnerabili
della nostra societ lasciandoli senza difese fino a
disumanizzarli. A volte mi chiedo quando mai arriveremo a
toccare il fondo.
Quello che non voglio permettermi, per,  di diventare cinica.
Nei momenti in cui sono pi preoccupata, mi fermo,
respiro a fondo e ricordo a me stessa la dignit e la correttezza
di molte persone che ho incontrato nel corso della mia vita, i
molti ostacoli che sono gi stati superati. Spero che altri facciano
lo stesso. Tutti noi abbiamo un ruolo in questa democrazia.
Dobbiamo ricordare il potere di ogni singolo voto. Io
resto sempre legata ad una forza che  pi grande e pi potente
di qualsiasi elezione o leader o notizia di cronaca: l'ottimismo.
Per me,  una forma di fede, un antidoto alla paura. L'ottimismo
regnava nel piccolo appartamento della mia famiglia in
Euclid Avenue. Lo riconoscevo in mio padre, nel modo in cui
si muoveva come se niente fosse, come se la malattia che un
giorno l'avrebbe portato via non esistesse. Lo riconoscevo
nell'ostinata fiducia che mia madre riponeva nel nostro quartiere,
la sua decisione di restare l, fedele alle sue radici, anche
se la paura spingeva molti vicini a fare le valigie e traslocare. 
la qualit che per prima mi aveva attratto in Barack, quando
era apparso sulla porta del mio ufficio da Sidley con quel suo
sorriso pieno di speranza stampato sul viso. Pi tardi, mi ha
aiutato a superare i miei dubbi e le mie debolezze, tanto da
convincermi che anche se avessi permesso alla mia famiglia di
vivere una vita quasi esclusivamente pubblica saremmo riusciti
a rimanere al sicuro e anche felici.
E mi aiuta adesso. Quando ero first lady, ho incontrato l'ottimismo
nei luoghi pi sorprendenti. Vi attingeva il soldato
ferito del Walter Reed che rifiutava la piet appendendo alla
porta della sua stanza un cartello che ricordava a tutti quanto
fosse forte e pieno di speranza. Viveva in Cleopatra Cowley-Pendleton,
che ha riversato parte del suo dolore per la perdita
della figlia nella lotta per ottenere leggi migliori sulle
armi. Animava l'assistente sociale della Harper High School
che esprimeva il suo amore ed il suo apprezzamento per gli
studenti quando li incrociava in corridoio. Ed  sempre presente
nei bambini, incastonato nel loro cuore. I bambini si
svegliano ogni mattina credendo nella bont delle cose, nella
magia di ci che potrebbe accadere. Non conoscono il cinismo,
sono fiduciosi per natura. Essere forti e continuare a
creare un mondo pi giusto e umano  un debito che abbiamo
nei loro confronti. Per amor loro dobbiamo restare tenaci
e non perdere la speranza, riconoscere che bisogna
crescere ancora.
Ora il mio ritratto e quello di Barack sono appesi alla National
Portrait Gallery di Washington, e questo ci intimidisce.
Dubito che qualcuno, considerando la nostra infanzia e le
nostre condizioni sociali, avrebbe mai potuto pronosticare
che saremmo finiti su quelle pareti. I quadri sono belli, ma
ci che pi importa  che sono l per essere visti dai giovani,
perch i nostri volti possano aiutare a scalzare la percezione
che per essere ricordati nella storia occorra avere un determinato
aspetto. Se c' posto per noi, allora pu esserci anche
per molti altri.
Sono una persona normale che si  trovata a compiere un
viaggio straordinario. Nel condividere la mia storia, spero di
creare lo spazio per altre storie ed altre voci, di ampliare la strada
alla quale altri abbiano accesso e sentano di appartenere.
Ho avuto la fortuna di frequentare antichi castelli, scuole di
citt e cucine di fattorie nell'Iowa cercando solo di essere me
stessa, di stabilire relazioni. Per ogni porta che  stata aperta a
me, ho cercato di aprire la mia agli altri. Ed ecco cosa ho da
dire alla fine: invitiamoci a vicenda ad entrare. Forse possiamo
cominciare ad avere meno paura, a fare meno ipotesi sbagliate,
ad abbandonare i pregiudizi e gli stereotipi che ci dividono
senza ragione. Forse possiamo comprendere meglio le condizioni
che ci rendono uguali. Il punto non consiste nell'essere
perfetti. Non consiste nel traguardo che si raggiunge. Il potere
 consentire a se stessi di farsi conoscere ed ascoltare, avere una
propria storia unica, usare la propria voce autentica. La grazia
 essere disposti a conoscere ed ascoltare gli altri. Questo, per
me,  come diventare.
...
.
...
FINE.
...
.
...
RINGRAZIAMENTI.
.
Come molti traguardi che ho raggiunto nella mia vita, questa
autobiografia non sarebbe stata possibile senza l'amore ed
il sostegno di molte persone.
Non sarei quella che sono oggi senza l'amore costante e
incondizionato di mia madre Marian Shields Robinson. 
sempre stata la mia roccia, concedendomi la libert di essere
chi sono ma tenendomi sempre con i piedi per terra. Il suo
amore sconfinato per le mie figlie e la sua disponibilit a mettere
i nostri bisogni prima dei suoi mi hanno dato l'agio e la
fiducia di avventurarmi nel mondo, certa che loro sarebbero
state al sicuro e curate a casa.
Mio marito, Barack, il mio amore, a cui sono unita da venticinque
anni e il padre pi affettuoso e attento per le nostre
figlie,  il compagno di vita che avrei potuto solo immaginare.
La nostra storia  in pieno sviluppo e non vedo l'ora di
vivere le molte avventure che verranno. Grazie dell'aiuto e
della consulenza per questo libro... per aver letto i capitoli
con attenzione e pazienza e avermi saputo dare, con gentilezza,
le dritte giuste al momento giusto.
E a mio fratello maggiore Craig. Dove cominciare? Mi proteggi
dal giorno in cui sono nata. Mi hai fatto ridere pi di
qualsiasi altra persona su questa terra. Sei il migliore fratello
che una sorella avrebbe potuto chiedere, un figlio, un marito,
un padre amorevole e premuroso. Grazie per tutto il tempo
che hai trascorso con i miei collaboratori ripercorrendo
uno dopo l'altro i vari stadi della nostra infanzia. Uno dei
pi bei ricordi della stesura di questo libro sar il tempo passato
con te, insieme alla mamma, seduti in cucina a rivivere
tante vecchie storie.
Non avrei potuto assolutamente completare questo libro
in un'intera vita senza un'incredibile squadra di collaboratori
di talento che, semplicemente, adoro. Quando ho incontrato
per la prima volta Sara Corbett, poco pi di un anno fa, di
lei sapevo solo che il mio editore la stimava moltissimo e che
s'intendeva molto poco di politica. Oggi le affiderei la mia
vita, non solo perch ha una mente sorprendente e curiosa,
ma perch  un essere umano fondamentalmente gentile e
generoso. Spero che questo sia solo l'inizio di un'amicizia
duratura.
Tyler Lechtenberg  un prezioso membro del mondo Obama
da pi di un decennio.  entrato nella nostra vita quando
era uno delle centinaia di giovani organizzatori pieni di speranza
che lavoravano sul campo durante la campagna nell'Iowa
e da allora  un nostro consigliere fidato. L'ho visto
diventare uno scrittore formidabile e lo aspetta un futuro
incredibilmente brillante.
Poi c' il mio editor, Molly Stern, che mi ha subito attratto
con il suo entusiasmo, la sua energia e la sua passione. Molly
mi ha incoraggiato con la sua fede incrollabile nella mia idea
di questo libro. Sar per sempre grata a lei e a tutta la squadra
della Crown, inclusi Maya Mavjee, Tina Constable, David
Drake, Emma Berry e Chris Brand, che hanno sostenuto questo
sforzo sin dall'inizio. Amanda D'Acierno, Lance Fitzgerald,
Sally Franklin, Carisa Hays, Linnea Knollmueller,
Matthew Martin, Donna Passanante, Elizabeth Rendfleisch,
Anke Steinecke, Christine Tanigawa e Dan Zitt hanno contribuito
a rendere possibile Becoming.
Voglio ringraziare anche Markus Dohle per aver messo tutte
le risorse della Penguin Random House a sostegno di questa
fatica d'amore.
Non sarei in grado di fare con successo la madre, la moglie,
l'amica e la professionista senza la mia squadra. Chiunque
mi conosce bene sa che Melissa Winter  l'altra parte del
mio cervello. Mel, grazie per essere stata al mio fianco in ogni
passaggio di questo processo. E, ci che  ancora pi importante,
grazie per il tuo amore cos assoluto per me e le mie
figlie. Non esisto senza di te.
Melissa  il capo della mia squadra personale di collaboratori.
Questo  il piccolo ma vigoroso gruppo di donne brillanti,
tutte lavoratrici instancabili, che si assicurano che io sia
sempre sul pezzo: Caroline Adler Morales, Chynna Clayton,
MacKenzie Smith, Samantha Tubman e Alex May Sealey.
Bob Barnett e Deneen Howell di Williams and Connolly sono
stati guide inestimabili durante il processo di pubblicazione
e a loro va la mia gratitudine per i consigli e il sostegno.
Un grazie speciale va a tutti coloro che hanno collaborato
alla nascita di questo libro in molti altri modi: Pete Souza,
Chuck Kennedy, Lawrence Jackson, Amanda Lucidon,
Samantha Appleton, Kristin Jones, Chris Haugh, Arielle Vavasseur,
Michele Norris ed Elizabeth Alexander.
Voglio inoltre ringraziare Ashley Woolheater, una donna
dalle incredibili risorse, per le sue accurate ricerche e Gillian
Brassil per la meticolosa verifica dei fatti e delle fonti. Anche
molti membri del mio staff sono stati d'aiuto per la conferma
di dettagli cruciali e sequenze temporali durante la lavorazione:
sono troppi per citarli per nome, ma sono grata a ciascuno
di loro.
Grazie a tutte le straordinarie donne della mia vita che mi
hanno sempre tenuta su. Voi sapete chi siete e cosa significate
per me - le mie amiche, i miei mntori, le mie altre figlie -
e un grazie molto speciale a Marna Kaye. Tutte voi mi
avete sostenuto mentre scrivevo questo libro e mi avete aiutato
a diventare una donna migliore.
Il ritmo frenetico della mia vita di first lady mi lasciava poco
tempo per tenere un diario tradizionale. Ecco perch sono
molto riconoscente alla mia cara amica Verna Williams,
che attualmente  preside di facolt ad interim e Nippert
Professor alla facolt di legge dell'Universit di Cincinnati.
Ho ampiamente attinto alle circa millecento pagine di trascrizioni
delle nostre conversazioni semestrali alla Casa
Bianca.
Sono molto orgogliosa dei risultati che abbiamo ottenuto
nella East Wing. Voglio ringraziare tutti gli uomini e le donne
che hanno dedicato la vita ad aiutare la nazione, i membri
di tutte le sezioni dell'Ufficio della first lady: politica,
pianificazione, amministrazione, comunicazione, redazione dei
discorsi, affari sociali, corrispondenza. Grazie agli staff, ai Fellows
della Casa Bianca e agli assistenti distaccati dalle agenzie
governative responsabili dello sviluppo delle mie iniziative:
Let's Move!, Reach Higher, Let Girls Learn e, ovviamente,
Joining Forces.
Joining Forces avr sempre un posto speciale nel mio cuore,
perch mi ha dato la rara opportunit di toccare con mano
la forza e la resilienza della nostra eccezionale comunit
militare. A tutti i suoi membri attivi, ai veterani e alle loro famiglie:
grazie del vostro servizio e sacrificio a favore del Paese
che tutti amiamo. AJill Biden e ai suoi collaboratori:  stata
un'autentica fortuna e una gioia lavorare fianco a fianco con
voi in questa importantissima iniziativa.
A tutti i leader e gli attivisti nell'mbito dell'alimentazione
e dell'istruzione: grazie per il vostro ingrato e duro lavoro
quotidiano per far s che tutti i nostri bambini ricevano
l'amore, il sostegno e le risorse di cui necessitano per realizzare
i loro sogni.
Grazie a tutti i membri dei Servizi segreti degli Stati Uniti
e alle loro famiglie, il cui sacrificio quotidiano permette loro
di svolgere cos bene il proprio lavoro. In particolare sar
sempre grata a quelli che hanno servito e continuano a servire
la mia famiglia, per la loro dedizione e la loro
professionalit.
Grazie alle centinaia di uomini e donne che lavorano sodo
ogni giorno affinch la Casa Bianca sia una casa per le famiglie
che hanno il privilegio di abitare in uno dei nostri monumenti
pi cari: gli uscieri, gli chef, i maggiordomi, i fiorai,
i giardinieri, i domestici e i manutentori. Saranno sempre
una parte importante della nostra famiglia.
Infine, voglio ringraziare tutti i giovani che ho incontrato
quando ero first lady. A tutti i bambini e ragazzi promettenti
che hanno toccato il mio cuore in quegli anni: a quelli che
hanno contribuito a far crescere il mio orto; a quelli che hanno
ballato, cantato, cucinato e consumato un pasto con me;
a quelli che hanno accolto l'amore ed i consigli che avevo da
dare; a tutti quelli che mi hanno salutato con un delizioso e
caloroso abbraccio, migliaia di abbracci che mi hanno sollevato
il morale e spinto ad andare avanti anche nei momenti
pi difficili. Grazie di avermi sempre dato una ragione per
continuare a sperare.
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...
LE FOTOGRAFIE: DESCRIZIONE.
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1. Questa  la mia famiglia intorno al 1965, in occasione di una cerimonia. Si noti l'espressione protettiva di mio fratello Craig e come mi afferra prudente il polso.
2. Siamo cresciuti nell'appartamento sopra quello della mia prozia Robbie Shields. Negli anni in cui mi dava lezioni di piano abbiamo avuto molti scontri feroci, ma  sempre riuscita a tirar fuori il meglio di me.
3. Mio padre, Fraser Robinson, ha lavorato per pi di vent'anni per il Comune di Chicago al controllo delle caldaie in un impianto di depurazione delle acque in riva al Lago Michigan. Anche quando la sclerosi multipla gli rese sempre pi diffcile camminare, non perse un solo giorno di lavoro.
4. La Buick Electra 225 di mio padre - la chiamavamo la Due e un Quarto - era il suo orgoglio e la sua gioia ed  fonte di molti ricordi felici. Tutte le estati andavamo in vacanza al Dukes Happy Holiday Resort in Michigan, dove  stata scattata questa foto.
5. Quando ho iniziato l'asilo, nel 1969, il mio quartiere nel South Side di Chicago era abitato da famiglie del ceto medio di razze diverse. Ma quando molte famiglie benestanti cominciarono a trasferirsi nei sobborghi residenziali - un fenomeno noto come fuga dei bianchi - la demografia cambi rapidamente. In quinta elementare l'eterogeneit era scomparsa.
6. Sopra: la mia classe dell'asilo; io sono la seconda da destra in terza fila.
7. Sotto: la mia classe di quinta elementare; io sono al centro in terza fila.
8. Qui sono a Princeton (a sinistra). Al momento di andare al college ero agitata, ma ho trovato molti amici, tra cui Suzanne Alele (sopra) che mi ha insegnato molto sulla gioia di vivere.
9. Per qualche tempo, Barack e io abbiamo vissuto nell'appartamento al secondo piano in Euclid Avenue dove ero cresciuta. All'epoca eravamo due giovani avvocati e io avevo appena cominciato a interrogarmi sulla mia carriera professionale: avrei voluto svolgere un lavoro significativo restando fedele ai miei valori.
10. Il giorno del nostro matrimonio, il 3 ottobre 1992,  stato uno dei pi felici della mia vita. Al posto di mio padre, che era mancato un anno e mezzo prima, fu Craig ad accompagnarmi all'altare.
11. Capii presto che Barack sarebbe stato un padre meraviglioso. Ha sempre amato i bambini e si  sempre dedicato a loro. Quando arriv Malia, nel 1998, eravamo entrambi innamorati persi di lei. Le nostre vite sono cambiate per sempre.
12. Sasha  nata circa tre anni dopo Malia, completando la nostra famiglia con le sue guance paffute ed il suo spirito indomito. I nostri viaggi natalizi alle Hawaii, lo Stato d'origine di Barack, sono diventati una tradizione importante per noi, il momento per stare con la sua famiglia e goderci un po' di caldo.
13. Malia e Sasha sono sempre state molto legate. La loro tenerezza mi commuove.
14. Sono stata per tre anni direttore esecutivo della sezione di Chicago di Public Allies, un'organizzazione che ha lo scopo di aiutare i giovani a costruirsi una carriera nel settore pubblico e non profit. Qui sono stata fotografata (sulla destra) accanto a un gruppo di giovani leader di comunit ad una manifestazione con il sindaco della citt, Richard M. Daley.
15. In sguito ho lavorato per l'ospedale dell'Universit di Chicago, dove ho investito tutta la mia energia per migliorare i rapporti con i cittadini del quartiere e creare un servizio che fornisse un'assistenza sanitaria accessibile a migliaia di abitanti del South Side.
16. Lavoravo a tempo pieno, avevo due figlie piccole e mio marito era spesso lontano da casa: ho imparato ben presto i giochi di prestigio noti a tutte le donne per cercare di far quadrare le esigenze della famiglia con quelle della carriera.
17. Ho incontrato per la prima volta Valerie Jarrett (a sinistra) nel 1991, quando era vicecapo di gabinetto del sindaco di Chicago. Ben presto divent per me e Barack un'amica fidata e una fonte di consigli preziosi. Questa foto  stata scattata durante la campagna elettorale per il Senato degli Stati Uniti nel 2004.
18. Di tanto in tanto le nostre bambine venivano a vedere Barack durante la campagna elettorale. Questa  Malia che dal finestrino del bus osserva suo padre mentre tiene l'ennesimo comizio.
19. Barack ha annunciato la sua candidatura alla presidenza a Springfield, capitale dell'Illinois, in un gelido giorno di febbraio del 2007. Per l'occasione, avevo comprato a Sasha un cappellino rosa troppo grande e mi sono preoccupata per tutto il tempo che non le volasse via, ma miracolosamente riusc a tenerselo in testa.
20. Qui siamo in campagna elettorale, accompagnati come sempre da una decina almeno tra giornalisti, fotografi, cameraman.
21. Mi piaceva fare campagna elettorale perch il rapporto con gli elettori, in giro per l'America, mi infondeva energia. Il ritmo, tuttavia, era snervante, e appena potevo mi prendevo qualche momento di riposo.
22. Nei mesi che portarono alle elezioni presidenziali, mi misero a disposizione un aereo. La mia efficienza aument e viaggiare fu molto pi divertente. In questa foto, insieme a me ci sono (da sinistra): Kristen jarvis, Katie McCormick Lelyveld, Chawn Ritz (la nostra assistente di volo quel giorno) e Melissa Winter.
23. Joe Biden  stato un perfetto candidato vicepresidente per molte ragioni; la prima  che le nostre famiglie sono entrate subito in sintonia. Jill e io abbiamo cominciato presto a parlare di come aiutare le famiglie dei militari. Qui siamo nel 2008, in un momento di pausa durante la campagna in Pennsylvania.
24. Dopo una primavera e un'estate complicate, in viaggio per la campagna elettorale, parlai alla convention nazionale democratica a Denver. Quel discorso mi consent di raccontare per la prima volta la mia storia davanti a un pubblico enorme ed alle televisioni. Dopo, Sasha e Malia mi raggiunsero sul palco per salutare Barack via video.
25. Il 4 novembre 2008 - la sera delle elezioni - mia madre, Marian, era seduta accanto a Barack. Entrambi guardavano in silenzio i risultati via via che arrivavano.
26. Malia aveva dieci anni e Sasha solo sette nel gennaio del 2009, quando il loro pap giur come presidente. Sasha era cos piccola che dovette salire su un rialzo apposito per essere visibile durante la cerimonia.
27. La sera dell'insediamento, ormai ufficialmente potus e flotls, Barack e io abbiamo partecipato a dieci balli inaugurali danzando sul palco di fronte agli ospiti. Dopo le celebrazioni della giornata ero esausta, ma questo magnifico abito disegnato da Jason Wu mi regal nuova energia e mio marito - il mio migliore amico, il mio compagno in tutto - sa come rendere intimo ogni momento insieme.
28. Laura Bush mi invit a visitare la Casa Bianca insieme alle bambine prima del nostro trasferimento. C'erano anche le sue figlie Jenna e Barbara, che mostrarono a Sasha e Malia le parti pi divertenti della casa, per esempio questo corridoio in pendenza da usare come scivolo.
29. Questa immagine della faccina di Sasha che, pronta per il primo giorno di scuola, sbircia attraverso i vetri antiproiettile  ancora impressa nella mia memoria. Allora non potevo fare a meno di preoccuparmi delle conseguenze che quella nostra esperienza avrebbe avuto sulle nostre figlie.
30. Non  stato automatico abituarsi alla presenza costante degli agenti dei Servizi segreti nelle nostre vite, ma col tempo molti di loro sono diventati nostri cari amici.
31. Wilson Jerman (con noi nella foto) cominci a lavorare alla Casa Bianca nel 1957. Come molti dei maggiordomi e del personale della residenza, ha svolto con dignit il suo lavoro al servizio di molti presidenti.
32. L'orto della Casa Bianca  stato creato per essere il simbolo di un sano stile di alimentazione e di vita, un trampolino di lancio per un'iniziativa di pi ampia portata come Let's Move! Ma mi piaceva anche perch l potevo sporcarmi le mani insieme ai bambini mentre piantavamo e raccoglievamo la verdura.
33. Volevo che la Casa Bianca fosse un posto dove ognuno si sentisse a casa propria e i bambini fossero se stessi. Speravo che potessero vedere le loro storie riflesse nelle nostre e, magari, avere l'opportunit di saltare la corda con la first lady.
34. Io e Barack nutriamo un profondo affetto per la regina Elisabetta, che a lui ricorda la nonna Toot, una persona pratica e diretta come lei. Nelle nostre visite mi ha mostrato che l'umanit conta pi del protocollo o delle formalit.
35. A un paio d'anni dall'inizio della nostra esperienza alla Casa Bianca, l'incontro con Nelson Mandela mi ha dato la prospettiva di cui avevo bisogno: il vero cambiamento ha tempi lunghi, non  questione di mesi e di anni, ma richiede decenni e vite intere.
36. Un abbraccio, per me,  un modo per far piazza pulita di finzioni e formalit e stabilire un legame con le persone. Qui sono all'Universit di Oxford con le ragazze della Elizabeth Garrett Anderson School di Londra.
37. Non dimenticher mai l'ottimismo e la forza d'animo dei militari e delle loro famiglie che ho incontrato durante le mie visite al Centro medico militare nazionale Walter Reed.
38. La madre di Hadiya Pendleton, Cleopatra Cowley-Pendleton, aveva fatto quello che era in suo potere ma non  comunque riuscita a proteggere sua figlia dall'atroce casualit delle sparatorie di strada. Quando l'ho incontrata a Chicago, prima del funerale di Hadiya, sono stata sopraffatta dal senso d'ingiustizia.
39. Ho cercato il pi spesso possibile di essere a casa quando le bambine tornavano da scuola.  uno dei vantaggi di abitare sopra il proprio ufficio.
40. Barack ha sempre mantenuto una salutare separazione tra il lavoro e la famiglia, salendo per cena quasi tutte le sere e riuscendo a essere presente con noi a casa. Nel 2009, io e le bambine abbiamo oltrepassato il confine e gli abbiamo fatto una sorpresa per il suo compleanno: siamo andate a trovarlo nello Studio ovale.
41. Avevamo promesso a Malia e Sasha che se Barack fosse diventato presidente avremmo preso un cane, e abbiamo mantenuto la promessa. In realt, alla fine i cani sono diventati due. Bo (nella foto) e Sunny hanno portato nella nostra vita un'idea di leggerezza.
42. Ogni primavera speravo di usare i miei discorsi alle cerimonie dei diplomi per ispirare i ragazzi che uscivano dalle superiori e dall'universit e aiutarli a scoprire il potere racchiuso nelle loro storie. Qui mi sto preparando a parlare al Politecnico della Virginia. Alle mie spalle si vede Tina Tchen, l'instancabile capo del mio staff per cinque anni, con l'inseparabile cellulare, il suo ufficio portatile.
43. I cani erano liberi di girare per gran parte della Casa Bianca. Amavano soprattutto starsene in giardino e anche in cucina. Qui sono nella dispensa, in compagnia di Jorge Davila, uno dei maggiordomi, e probabilmente sperano di rimediare del cibo.
44. Siamo profondamente grati a tutto il personale che per otto anni si  impegnato affinch tutto in casa filasse liscio. Ci raccontavano dei loro figli e dei loro nipoti, e abbiamo  festeggiato con loro le date importanti, come il compleanno dell'usciere Reggie Dixon nel 2012.
45. Essere la first family significa godere di privilegi straordinari e affrontare alcune sfide altrettanto straordinarie. Io e Barack abbiamo cercato di mantenere un senso di normalit per le nostre ragazze. In alto a sinistra: Barack, Malia e io facciamo il tifo a una partita di basket della squadra di Sasha, le Vipers. In alto a destra: le ragazze si rilassano a bordo del Bright Star, come  chiamato l'aereo su cui viaggia la first lady.
46. Ci siamo assicurati che le nostre figlie avessero l'opportunit di fare le cose normali che fanno gli adolescenti, come imparare a guidare, anche se ci significava fare scuola guida con gli agenti dei Servizi segreti.
47. Il 4 luglio  un giorno in cui abbiamo molto da festeggiare perch  anche il compleanno di Malia.
48. Se c' una cosa che ho imparato nella vita,  il potere di usare la propria voce. Ho cercato pi spesso che ho potuto di dire la verit e gettare luce sulle storie delle persone troppo spesso ignorate.
49. Nel 2015, la mia famiglia si  unita al deputato John Lewis e ad altre icone del movimento per i diritti civili pe commemorare il cinquantesimo anniversario della marcia attraverso l'Edmund Pettus Bridge a Selma, in Alabama. Quel giorno mi ha ricordato quanta strada ha fatto il nostro Paese e quanta ancora ne resta da fare.
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FINE.